Chiara Di Clemente Se l’abito non fa il monaco, il burqa non fa l’attivista solidale. Questione di testo, e di contesto. È in corso una potente campagna online lanciata dalla storica Bahar Jalali per protestare contro l’imposizione talebana del niqab (abito che lascia scoperti solo gli occhi) alle donne...

Chiara

Di Clemente

Se l’abito non fa il monaco, il burqa non fa l’attivista solidale. Questione di testo, e di contesto. È in corso una potente campagna online lanciata dalla storica Bahar Jalali per protestare contro l’imposizione talebana del niqab (abito che lascia scoperti solo gli occhi) alle donne afghane. Extra-Afghanistan 2021, il movimento femminista musulmano Musawah sostiene però da tempo che per le donne indossare l’hijab (il velo) o il niqab può essere una scelta che di contro molti paesi occidentali tendono a non rispettare. Vi è, attuale, un forte sentimento di insofferenza verso l’indebita, spesso dettata da futili motivi (moda, soldi) "appropriazione culturale" di identità e tradizioni: di tale stolida prevaricazione è stata accusata Kim Kardashian che ha ben pensato di sfoggiare tra gli ori del Met Gala una sorta di metafisico lussuosissimo burqa (abito che copre tutto, anche gli occhi).

A margine, vi sarebbe infine – in Italia, anzi precisamente a casa mia – il desiderio di non essere presa in giro da un programma tv. In cui "C’è un burqa tra voi?", esclama una voce garrula riferendosi a una concorrente che prova una "solidarietà" talmente profonda con le sorelle afghane da non sapere neanche il nome esatto (niqab) di ciò che indossa in loro onore. "Brava! È giusto parlare di libertà delle donne", chiosa il presentatore del reality. Il cui successo è basato da anni sul mostrare ragazze seminude che fanno la doccia e uomini che si dilettano con insulti misogini, razzisti e omofobi. Testo e contesto. Appunto.