Il tennista Fabio Fognini
Il tennista Fabio Fognini
Possiamo abbassare il dito e i decibel dell’indignazione: c’è un Fognini in tutti noi. Una creatura fumantina che prende fuoco quando sbatte l’alluce contro lo spigolo del letto o rovescia il caffè. E che si dà del frocio se manda la palla a rete. C’è anche piantata nella memoria la maestra che in terza elementare ci ha dato della scimmia senza avere niente contro quadrumani e bipedi indisciplinati (infatti non le portiamo rancore). O la sberla di incoraggiamento dell’allenatore di sci, rituale scaramantico concordato con la famiglia. Possiamo abbassare il dito e domandarci: non è che stiamo esagerando con la censura e l’inquisizione di fronte a parole e azioni che non sono sessiste, razziste e violente, ma solo inevitabili espressioni della natura umana? Si segnalano stimati...

Possiamo abbassare il dito e i decibel dell’indignazione: c’è un Fognini in tutti noi. Una creatura fumantina che prende fuoco quando sbatte l’alluce contro lo spigolo del letto o rovescia il caffè. E che si dà del frocio se manda la palla a rete. C’è anche piantata nella memoria la maestra che in terza elementare ci ha dato della scimmia senza avere niente contro quadrumani e bipedi indisciplinati (infatti non le portiamo rancore). O la sberla di incoraggiamento dell’allenatore di sci, rituale scaramantico concordato con la famiglia. Possiamo abbassare il dito e domandarci: non è che stiamo esagerando con la censura e l’inquisizione di fronte a parole e azioni che non sono sessiste, razziste e violente, ma solo inevitabili espressioni della natura umana?

Si segnalano stimati notai che allo stadio diventano bestie, nel senso dato da Dante agli esseri mossi dall’istinto e non dalla ragione. E insospettabili signorine che per una mancata precedenza aggiornano la lista del turpiloquio dello scaricatore di porto (e qui la categoria comincia ad agitarsi). Sull’onda di una rabbia momentanea diciamo senza pensarle cose terribili agli altri e a noi stessi. Perché è così che siamo programmati. Per lo sbotto, la vergogna e la redenzione. E invece il dito torna ad alzarsi su tre eventi che lontano dalle telecamere non avrebbero conseguenze: mosche al naso, comuni miserie gigantite dalla smania di correttezza. Fabio Fognini abbiamo imparato a conoscerlo. E nessuno vorrebbe essere il suo specchio in un mattino storto. Non ha in testa gli iceberg di Borg. Se gli scappa non la tiene. È arrivato a insultarsi da solo. Come quel tapino di un circolo di tennis torinese che se gli entra il colpo grida "bravo Mario" e se la manda fuori "Mario devi morire". A Tokyo dopo un errore si è messo a strillare "Sei un frocio, sei un frocio". Come il povero Mario che fa ridere tutti.

E invece: olimpica indignazione, eruzione considerata inaccettabile su quel palcoscenico e in questo momento storico. Ecco, forse il problema è il momento storico: un tempo in cui a tutti girano tantissimo, in campo e fuori. E dove nessuno fa niente per allentare la tensione. Sugli aerei per amore di genere è vietato salutare con "signore e signori". A scuola per rispettare chi non crede a Gesù bambino non si dice più Buon Natale. Hanno le ore contate "in bocca al lupo" e "in culo alla balena" e pure il Green pass: il mondo transgender si è inalberato in quanto discriminatorio ("rivela il nostro sesso").

Fognini poi si è scusato con la comunità Lgbt dando la colpa al caldo e giurando di amarla moltissimo, come quello che dice "ho tanti amici gay" dopo un’uscita infelice e peggiora solo la situazione. Ma noi con quel nostro ditino alzato sappiamo cosa è l’adrenalina, la trance agonistica, la rabbia del primate? Davvero siamo così presuntuosi da pensare di dovere dare sempre il buon esempio?

Gli altri due casi a incastro. Nella crono maschile il coach tedesco Patrick Moster è stato pizzicato dalla regia mentre affianca il suo Mikias Arndt e lo incita ad "acchiappare i cammellieri", riferendosi all’iraniano Saeid Safarzadeh e al rappresentante del Team Rifugiati Ahmad Badreddin Wais. Mostro, razzista, ingiustificabile. Poco elegante certamente, ma mettetevi nei suoi panni, contestualizzate. Qualcuno ricorda l’onesto discorso motivazionale alla truppa del sergente Hartman in Full Metal Jacket? "Siete uno sputo, la più bassa forma di vita che ci sia nel globo, non siete neanche fottuti essere umani, solo pezzi informi di materia organica anfibia. Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani".

Uno sporco lavoro. Come quello del coach Claudio Pusa che ha schiaffeggiato la star tedesca del Judo Martyna Traidos prima dell’incontro con l’ ungherese Szofi Ozbas. "L’ho chiesto io, era un rito per caricarmi" ha spiegato la ragazza. Non è bastato. Il mostro ha menato le mani. Ecco perché siamo tutti nervosi.