Molestie nella pubblicità, il racconto: "Io nell’auto col manager, la mia serata da incubo"

Parla la ragazza che accusa Diaferia: l’ho respinto prendendolo per sfinimento. Undici anni di silenzi e paure. "Non ho denunciato subito l’accaduto, temevo l’isolamento"

Metoo e pubblicità
Metoo e pubblicità

Milano, 14 luglio 2023 – ”La scelta di rompere il silenzio non è stata semplice: da un mese vivo nell’angoscia e ho paura di ritorsioni. Non riesco a concentrarmi, faccio fatica a dormire e a mangiare. Non ci ho guadagnato niente di buono, ma sono consapevole di aver fatto la scelta giusta". Giulia Segalla, 33 anni, è una delle donne che hanno accusato pubblicamente – sui social e sui media – il pubblicitario Pasquale Diaferia. Ieri, in un’intervista a Qn , il manager ha respinto ogni ipotesi di accusa sostenendo che "sul mio certificato penale non ci sono denunce". "All’epoca non l’ho denunciato – spiega Giulia –, ma questo non significa che non sia stata vittima. Sono rimasta senza parole di fronte a questo tentativo di negare l’accaduto".

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I fatti che la vedono coinvolta risalirebbero al 2011, giusto?

"Avevo vent’anni. Mi ero trasferita dal Veneto a Milano per uno stage nell’agenzia di Massimo Guastini (il pubblicitario che ha accusato pubblicamente Diaferia di essere un molestatore seriale, ndr ). Ero una ragazzina, avevo voglia di imparare e crescere professionalmente. Ero entrata in contatto con Diaferia sui social, nel mese di gennaio mi aveva invitata via mail a un convegno sulla pubblicità. Al termine mi ha proposto di fermarmi a bere qualcosa in un locale e si era offerto di accompagnarmi a Settimo Milanese, il paese dove vivevo. Non ho avuto alcun sospetto fino a quando si è fermato in auto in una strada isolata. Ricordo il buio e la nebbia, non avevo idea di dove fossimo".

Il manager, come sa, nega l’esistenza di questo episodio. Cosa è accaduto?

"Ha iniziato a dire che tra di noi c’era una chimica indescrivibile. Non un tentativo di stupro ma pesanti approcci che ora lui cerca di negare. Sono rimasta in auto per ore cercando di convincerlo a lasciarmi stare, respingendolo. A un certo punto mi ha riportata a casa, penso di averlo preso per sfinimento. Sono rimasta psicologicamente esausta: lui ha approfittato del suo ruolo di professionista noto nel settore. Aveva 30 anni più di me".

Si è fatto risentire dopo quell’episodio?

"Ha cercato di contattarmi più volte, e ho conservato anche le chat su Skype che dimostrano il suo desiderio esplicito di avere una relazione sessuale con me. Io cercavo di evitarlo il più possibile: per me era come un allarme rosso. Già nel 2011 mi confidai con Guastini perché con lui mi sentivo al sicuro, in un ambiente protetto".

Perché all’epoca scelse di non sporgere denuncia?

"Per le tante ragioni che spingono la maggior parte delle vittime a non denunciare. Avevo paura della gogna pubblica, dell’isolamento professionale, di ritorsioni. C’era anche un contesto socioculturale che favoriva il silenzio".

Che cosa consiglierebbe, ora, a una vittima di molestie?

"Di documentare tutto e sporgere subito denuncia, approfittando degli strumenti che esistono per tutelarsi. Il silenzio non aiuta le vittime, ed è assurdo chiedere a chi ha subito un’ingiustizia di trovare anche la forza per andare avanti in solitudine".

Cosa l’ha spinta a parlare pubblicamente?

"Terminato lo stage ho lasciato Milano e sono tornata in Veneto: ho costruito con tanta fatica un’attività da libera professionista di cui vado fiera. Per 12 anni ho cercato di ignorare questa vicenda ma mi è rimasta dentro. Sono entrata in contatto con altre donne che hanno conosciuto Diaferia e ho deciso di parlare, mettendoci la faccia. La speranza è che il mio contributo possa essere utile per evitare altre vittime e per un reale cambiamento dei comportamenti nei luoghi di lavoro. Di certo non l’ho fatto per visibilità".