Messina Denaro. Fermato sette anni fa, non era stato riconosciuto. I misteri del boss morto

La rivelazione del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia . Il capo della mafia era incappato in un posto di blocco a Trapani. Patente e carta di identità erano false. E l’identikit non corrispondeva.

Messina Denaro. Fermato sette anni fa, non era stato riconosciuto. I misteri del boss morto
Messina Denaro. Fermato sette anni fa, non era stato riconosciuto. I misteri del boss morto

Lo avrebbero potuto arrestare sette anni prima. E, invece, ancora una volta Matteo Messina Denaro tenne fede al soprannome, "Diabolilk", e sfuggì alla cattura. Era il 2016 e il boss di Castelvetrano fu fermato a un posto di blocco dei carabinieri. Lui frenò, accostò con sangue freddo l’Alfa Romeo Giulietta, e mostrò i documenti alla pattuglia. Ovviamente patente e carta di identità erano falsi, intestati a un prestanome, forse a quell’Andrea Bonafede che è stato a lungo il suo alias. I militari guardarono la corrispondenza tra l’uomo al volante, un "cinquantino" che non somigliava per nulla al latitante più ricercato d’Europa, in fuga da 23 anni.

Gli riconsegnarono i documenti, gli fecero un saluto e lo videro sgommare via. È probabile che, in quel momento, Matteo ‘u sicc’ (come lo chiamavano i suoi gregari) si sia lasciato sfuggire un ghigno: ancora una volta aveva bucato la rete che avrebbe dovuto catturare la preda più ambita. A raccontare l’episodio è il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, il magistrato che ha coordinato le indagini che hanno portato all’arresto del capomafia il 16 gennaio del 2023. Uno choc per centinaia di studenti che sono andati ad ascoltarlo a Casal di Principe nella villa confiscata a Walter ‘Scarface’ Schiavone, diventata centro di aggregazione nel nome di don Peppe Diana, il prete ucciso in chiesa dalla camorra il 19 marzo 1994. Il procuratore de Lucia presenta in quella sede il libro ‘La cattura’ scritto con Salvo Palazzolo ed è l’occasione per tirare fuori cose inedite. "Il boss di Cosa Nostra ha vissuto a lungo nel Trapanese, il suo territorio, sicuro di non essere scoperto. Indagando abbiamo scoperto che venne addirittura fermato a un posto di blocco, nel 2016, in provincia di Trapani".

De Lucia "assolve" i controllori: "Messina Denaro confidava sul fatto che le forze dell’ordine avevano sue foto vecchie di anni". D’altra parte, fino al 2 giugno 1993 Messina Denaro era un agricoltore incensurato, sconosciuto alla giustizia. Il boss ironizzava sugli identikit che erano circolati, in mancanza di foto: "Hanno fatto un identikit su me dove sembrava avessi 85 anni e 5 mesi". Per la verità qualcuno si interroga anche sulla congruità e la severità di questi posti di blocco, visto che già nel 1997, il boss corleonese Bernardo Provenzano mostrò il suo documento falso alla polizia e venne lasciato andare. Fu arrestato nella sua masseria di Montagna dei Cavalli solo 9 anni dopo. "C’era anche chi – aggiunge de Lucia –. lo avvisava dei movimenti degli investigatori. Ci dobbiamo chiedere su come sia stato possibile che abbia trascorso trent’anni in latitanza. Oggi, l’impegno della procura di Palermo è quello di individuare chi ha favorito Messina Denaro".

È uno dei fascicoli aperti: la rete che ha permesso al ‘sicc’ di continuare la sua latitanza a casa sua. Una trama di legami familiari e amicali, poi colletti bianchi attivi nelle professioni (la "borghesia silente e complice", li definì de Lucia), infine politici e massoni. Un giro fidato che assicurava la riservatezza e le cure al boss malato: alcuni di questi sono stati arrestati, altri non hanno ancora un nome. De Lucia ripete ai ragazzi che "nonostante la malattia, Messina Denaro non aveva cambiato abitudini".

Si sentiva invisibile dietro lo scudo delle connivenze e delle convenienze. "Non l‘abbiamo trovato arroccato in qualche casolare sperduto, ma in una realtà che lo ha protetto e gli ha consentito relazioni di ogni tipo, comprese quelle di tipo sentimentale".