Meloni al premier time. Affondo su Stellantis: "Produca di più in Italia". Il duello con Schlein

La casa automobilistica replica alla presidente del Consiglio: investiti tanti miliardi. Alla Camera va in scena l’anticipo di campagna elettorale con la leader dem (e Conte).

Meloni al premier time. Affondo su Stellantis: "Produca di più in Italia". Il duello con Schlein
Meloni al premier time. Affondo su Stellantis: "Produca di più in Italia". Il duello con Schlein

"Considero un’implicita attestazione di stima il fatto che oggi chiediate a noi di risolvere tutti i problemi che voi non avete risolto nei dieci anni che siete stati al governo", gigioneggia Giorgia Meloni dando atto che il sistema sanitario nazionale è al lumicino. "Signora presidente, mi spieghi una cosa: lei è andata al governo per risolvere i problemi degli italiani o per scaricare le responsabilità su altri?", ribatte a braccio la segretaria dem Elly Schlein.

Poco prima. "Se nonostante l’eredità pessima abbiamo portato a casa un buon compromesso, è perché in un anno abbiamo mostrato che la stagione dei soldi gettati al vento per pagare le campagne elettorali è finita", s’innervosisce la premier all’interrogazione dei 5 Stelle sul Patto di stabilità. "Sa lei cos’è? Un Re Mida al contrario: lui tutto quello che toccava trasformava in oro, lei quello che tocca distrugge. Faccia anche meno", esorta un Giuseppe Conte compiaciuto di aver fatto scomporre la premier. Prima ancora appunti sulle privatizzazioni ("non si tratta di dismettere o peggio ancora di svendere"), Stellantis ("se si vuol vendere un gioiello italiano, quell’auto deve esser prodotta in Italia"), terza età (la premier annuncia un decreto da un miliardo di euro, ma la Lega ribadisce che "41 anni bastano per una meritata pensione"), assegni di inclusione (per cui secondo Meloni sono arrivate 600 mila domande e per un importo medio da 635 euro mensili).

Il sapido antipasto di campagna elettorale va in scena in diretta tv al question time di Montecitorio. Sapido ma esiguo, tanto nei modi che nei contenuti. Dieci domande alla premier, per una sorta di format televisivo. Un po’ di demagogia di governo e opposizione in diretta tv e tanti saluti. Anche se i dati di ascolto non sono mai stati lusinghieri: tra i 150 e i 300mila, con un massimo di 450mila spettatori nel marzo scorso, in occasione del primo duello tv tra Meloni e Schlein sul salario minimo. Ma questo domanda il circo di specialisti della società dell’immagine.

Così sia perciò. Premier in stretto tweed spigato grigio quasi anni Settanta, segretaria Pd in largo gessato blu un po’ anni Ottanta, leader 5 Stelle in nero opaco quasi da iena (non fosse per la cravatta blu). Camice bianche di ordinanza per signore e signori. Alla faccia del "bianco che spara", esecrato da Silvio Berlusconi. Ma erano altri tempi e soprattutto altre tecnologie: oggi il bianco non spara, impera. Semmai è il bottone argentato e un po’ allentato sulla giacca di Schlein, che dondola luccicando negli occhi di chi guarda, a far da indizio di una mancanza di attenzione ai particolari. Il resto è retorica. Propaganda, avrebbero detto nella vituperata Prima Repubblica.

Quella di Schlein difetta nella respirazione presa prima di sproloquiare un blocco di parole e poi ricominciare. Quella di Conte ondeggia tra provocazione e catechesi. Quella della premier è prassi che ostenta sicumera e diventa prosopopea alle domande telefonate dalla maggioranza. Dal piano di privatizzazioni "sono attesi proventi pari ad almeno l’1% del Pil, quindi circa 20 miliardi di euro in 3 anni: è un obiettivo ambizioso, ma è alla nostra portata", pronostica Meloni assicurando che l’impostazione dell’esecutivo "è lontana anni luce da quanto abbiamo spesso visto accadere in passato, quando con privatizzazioni si chiamavano regali miliardari fatti a qualche fortunato e ben inserito imprenditore". Quindi su Stellantis la premier dichiara di volere "difendere la produzione in Italia, i livelli occupazionali e tutto l’indotto dell’automotive" per "tornare a produrre in Italia almeno un milione di veicoli l’anno" all’insegna di un made in Italy che secondo Meloni dev’esser prodotto in loco. Replica a stretto giro, ma in quote, l’azienda che il 63% della produzione italiana viene esportato.

Perde l’aplomb solo di fronte ai 5 Stelle la premier. Il nuovo patto di stabilità non è quello auspicato, sbotta Meloni, ma "l’intesa migliore possibile" visti i 250 miliardi di debito in tre anni e il deficit al 5,3% ereditati. Conte incassa e ribatte: "Lei è tornata, nonostante voglia rigirare le carte in tavola, con un ‘pacco di instabilità’ che prevede il taglio di 12 miliardi di euro l’anno". La premier recupera invece la sicumera nel botta e risposta con la segretaria del Pd sulle deficienze e gli effetti nefasti del tetto alla spesa della sanità. Salvo che, ribatte Schlein, nel governo che l’ha introdotto "sa chi era ministro nel 2009? Lei".