Lunedì 17 Giugno 2024
DAVID BRUSCHI
Cronaca

Mazze di ferro, bombe carta e pietre In autogrill recuperato un arsenale

Arezzo, lo choc dei dipendenti dell’area di servizio: "Dopo l’omicidio Sandri non era più accaduto nulla"

Migration

dall’inviato

David Bruschi

"Oh, questo fa male. Senti qui". Agita il bastone in aria, se lo picchia sul palmo della mano, tac-tac-tac. "Di plastica leggera ma durissimo, ne ho trovati a decine qui intorno. E tanta altra roba del genere". L’addetto dell’area di servizio di Badia al Pino, giubbotto e pantaloni gialli fosforescenti, un po’ sorride amichevole e un po’ si intimidisce di fronte alle domande, non sa se parlare o meno ("guardate che c’è un’inchiesta aperta, non so..."), mentre trascina con sé un carrellino metallico con diversi sacchi pieni fino all’orlo, chiusi con filo leggero. Dentro a quei sacchi c’è, appunto, l’altra roba. Roba o robaccia, decidete voi.

"Sì ma il grosso l’ho tolto ieri e poi stamani. Questo è niente. Abbiamo consegnato tutto alla polizia. Aprire i sacchi? No, non posso". E allora, se non si può vedere, almeno sentiamo, cosa ha trovato in questa ricognizione? "C’erano felpe nere abbandonate sull’erba, quelle col cappuccio per coprirsi il volto, sai? E passamontagna, anche quelli neri, ne ho trovati due o tre. Bastoni di ferro, non solo di plastica, insomma spranghe. E poi un cipollone esplosivo che non hanno fatto in tempo ad accendere. Penso fosse una bomba carta, era in mezzo all’erba".

Basterebbe questo, senza essere scienziati dell’anticrimine, per capire che la guerriglia fra centinaia di ultras del Napoli e della Roma, andata in scena domenica all’ora di pranzo nell’area di servizio che si incontra sull’A1 dopo Monte San Savino, quella che i tifosi di mezza Italia da tempo hanno ribattezzato l’Autogrill Sandri perché qui morì nel 2007 l’ultras della Lazio Gabriele Sandri, sì insomma quella guerriglia è stata ampiamente cercata e voluta, studiata quasi militarmente come si pianifica uno sbarco, con la volontà dichiarata di darsele di santa ragione. E di farsi male.

Già, Gabriele Sandri, ucciso da un poliziotto, mentre dormiva in auto, con un colpo di pistola esploso da 150 metri di distanza. E per ricordare il quale, poco lontano dall’ingresso dell’autogrill, in un’aiuola oggi resa fangosa dalla pioggia delle ultime ore, l’11 novembre del 2011, a quattro anni esatti dalla tragedia, era stata inaugurata una lapide in marmo in cui c’è scritto "Mai più 11 novembre". Impegno di un certo peso, che evidentemente qui ognuno interpreta a modo suo o come gli torna meglio, altrimenti non si spiega perché proprio attorno a quella targa e al pilone di ferro che la sovrasta, una sorte di croce laica ricoperta con centinaia di adesivi di gruppi ultras di tutta Italia, domenica si sia di nuovo rischiato il morto, fra colpi di coltello (in un caso andato a segno, fortunatamente solo in una coscia) e ultras scalmanati lungo la sede autostradale, in folle battaglia fra centianaia di auto in corsa.

"Da allora qui non era mai più successo niente", dice l’addetto al distributore di benzina che si trova poco oltre la lapide. "Questa è un’area di sosta particolare, per via di quel cippo si fermano un sacco di ultras. Fanno foto, appendono sciarpe, ricordano Sandri. L’importante è che non si incrocino fra loro". Una delle sciarpe, biancoceleste, rigorosamente laziale, è stesa a terra, zuppa di pioggia, il bianco appena sporcato di terra. La tengono ferma due grossi sassi e nessuno la tocca. Non l’hanno toccata nemmeno ieri, mentre lì intorno succedeva di tutto.