Roberto

Pazzi

Da tempo l’abuso degli emoticon, soprattutto nelle più giovani generazioni, m’inquieta, come uno dei sintomi di strisciante abbandono della parola da parte di colui che ormai non è più homo sapiens, ma homo videns. L’esercizio della parola scritta, formidabile strumento espressivo delle più recondite sfumature dell’animo, costringe a pensare, a inventare sinonimi, a metaforizzare, a cogliere nessi fra le cose più lontane, a scoprire universi paralleli a quello reale. Una vera ginnastica della mente. Fino a farsi, ai gradi più eccelsi, nei mistici e nei poeti, preghiera e poesia. Molto più agevole e comoda allora la scorciatoia dell’emoticon, la faccetta che ride o sberleffa, assai meno impegnativa, serva docile della fretta.

Non costringe a scoprirsi, a compromettersi, a darsi, spezzando il pane della propria verità interiore insieme alla parola che si è scelta fra mille. Con l’abuso di tale regressione dell’articolazione del linguaggio nella sua astrazione grafica di suoni e simboli, con la resa ai disegnini (la stessa che in prima elementare allineava sulle pareti dell’aula i cartelli della lettera “i” di “imbuto” e del relativo oggetto per versare i liquidi), si consuma una vera regressione della civiltà. Non ho esitazione ad affermarlo, ancor più convinto dal sondaggio inglese, che ci mostra persino all’interno degli stili degli emoticon, una diversificazione generazionale, protesa anche qui alla semplificazione.