L’automotive e la cattiva transizione

Bentivogli

automotive è un settore simbolo della grande trasformazione del lavoro guidato dalle transizioni (digitale, demografica e ambientale). Nell’automotive cambia tutto: la proprietà del veicolo, la complessità meccanica, il livello di digitalizzazione, il valore del prodotto. Ma, nei giorni in cui i metalmeccanici della Uaw degli Stati Uniti si battono per redistribuire gli importanti profitti registrati dai 3 grandi player del settore (Stellantis, Gm, Ford) in aumenti salariali, in Italia il tema è fuori dall’agenda politica nonostante l’importanza del settore su Pil e occupazione. Eppure, a livello globale, Cina e India si stanno attrezzando a produrre le auto e la componentistica necessaria per i mercati occidentali senza rispettare alcuno standard ambientale e sociale. La nostra risposta è l’autolesionismo o l’indifferenza. Vi sono due responsabili: l’ambientalismo dei traguardi mai raggiunti. E il capitalismo occidentale che ha fatto più greenwashing che innovazione. Il risultato è che noi non produciamo batterie, siamo deboli sui semiconduttori. Abbiamo un’azienda europea tra le prime venti del settore IT mondiale e non è italiana.

Che cosa fare? Sussidiare la transizione? Non basta.

E’ pensabile che si confonda la mitica resilienza con la solita politica del rattoppo ovvero il sussidiare le imprese e agevolare l’uscita “volontaria” dal lavoro? Quando, invece, la transizione si fa “con” le persone. E la vera sfida sarà investire su robusti piani di riqualificazione professionale (reskilling) per gli adulti. Questo sarà il banco di prova del Paese. Ma il reskilling funziona dentro una strategia vera di politica industriale in cui si comprendano le competenze a tendere e quelle di transizione, che sono più efficaci nelle aziende dove è esigibile il diritto soggettivo alla formazione. A questo proposito bisogna partire dalle cose che vanno bene per moltiplicarle e metterle in rete: le Academy aziendali, le migliori scuole di formazione, gli Its dentro ecosistemi pubblicoprivati. Ma bisogna credererci.