Mercoledì 24 Aprile 2024

La brigatista irriducibile. Dal sequestro Moro alla militanza antagonista. Non si era mai pentita

Barbara Balzerani morta a 75 anni. Compagna di Moretti, fu arrestata nel 1985. Disse: "Fare la vittima è diventato un mestiere". L’ira di chi perse i propri cari.

ROMA

Più di un "profondo rammarico" non riuscì a esprimere nei confronti delle vittime delle Brigate Rosse, nonostante la lunga scia di sangue che si era lasciata alle spalle. Barbara Balzerani non si è mai pentita, mai dissociata. In un’intervista televisiva su Rai Uno (1988), rilasciata a Ennio Remondino durante una pausa del processo Moro Ter, assieme a Renato Curcio e Mario Moretti, disse di considerare conclusa l’esperienza della lotta armata in Italia perché era "cambiato il tessuto sociale negli ultimi dieci anni".

È morta ieri a Roma (viveva alla Garbatella), a 75 anni e come ha detto Adriana Zizzi, la sorella di Francesco, uno degli agenti di scorta di Aldo Moro uccisi il 16 marzo 1978, quanto meno "a Dio dovrà rispondere".

Dirigente della colonna romana delle Brigate Rosse, nome di battaglia Sara, aveva partecipato al sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. All’epoca era legata anche sentimentalmente a Mario Moretti, con cui occupò l’appartamento di via Gradoli 96 (quello trovato ormai vuoto durante le ricerche di Aldo Moro a Roma) preso in affitto (sotto falso nome) dall’ingegnere Mario Borghi (Moretti, appunto). All’arresto di Moretti (1981), provò a guidare una scissione delle Br, andando a dirigere la fazione "Brigate Rosse – Comunisti Combattenti", mentre l’altra ala "Brigate Rosse – Partito Guerriglia" era diretta da Giovanni Senzani. La Primula Rossa fu arrestata nel 1985 e anche dal carcere trovò il modo di rivendicare l’omicidio del sindaco di Firenze, Lando Conti, trucidato con la mitraglietta Skorpion, utilizzata prima ad Acca Larenzia e nel delitto Tarantelli poi nel delitto Ruffilli e ritrovata nel covo milanese delle Br di via Dogali. Ieri il figlio di Conti, Lorenzo, ha detto: "Non è stata punita dallo Stato come sarebbe dovuta essere punita".

In carcere stette fino al 2006, quando con la libertà condizionale potè lasciare la cella. Definitivamente libera nel 2011, ha tentato di trasformarsi – come molti protagonisti di quella stagione di sangue, dolore e violenza – in una scrittrice. Ma senza mai formalmente pentirsi per la sua vita precedente. Anzi, finendo spesso con il lambire quelle simpatie nostalgiche che si addensano ancora nella galassia dell’estrema sinistra. Così si era avvicinata ai movimenti antagonisti, era stata invitata a parlare nei centri sociali e spesso aveva utilizzato parole infelici. Come quando, nel 2018, a 40 anni dall’omicidio Moro, scrisse sul suo profilo Facebook: "Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?". O come quando, qualche giorno dopo, invitata in un centro sociale, disse: "Fare la vittima è diventato un mestiere. Hanno il monopolio della parola". Scatenando le reazioni dei parenti di chi morì negli anni di piombo.

Anche ieri, alla notizia della sua morte, soprattutto in Rete sono comparsi post che confermano come nell’estrema sinistra in molti facciano ancora fatica a fare i conti col passato. Così c’è chi ha scritto: "Addio, compagna Luna". E chi l’ha salutata come "una grande rivoluzionaria".

Ma per chi ha vissuto il dolore della perdita di un parente in quegli anni sanguinari e che si porta ancora dietro l’insostenibile peso dell’assenza, Balzerani ha rappresentato una brigatista che pervicacemente in clandestinità ha portato avanti la lotta armata nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti. Senza farsi troppi scrupoli nel prendersi le vite (e annientarle) di chi incontrò sul sedicente percorso rivoluzionario.

Matteo Massi