Giovedì 16 Maggio 2024

La bella vita nel covo Viagra, profumi e champagne La tana è il tempio della vanità

Perquisita l’abitazione acquistata dal prestanome Bonafede: niente armi, solo lusso. Scarpe Prada, orologio da 35mila euro, il mafioso pasteggiava ad aragosta e bollicine francesi

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di Nino Femiani

CAMPOBELLO (Trapani)

Quel covo è lo specchio del padrino. Dentro c’è la sua storia e la sua vanità. Il vecchio boss di Trapani, Vincenzo Virga, padrino di un’altra epoca, lo bollava sprezzantemente: u mafius tutto sticchio e cuasette di sita (un mafioso tutto sesso e calze di seta) per sottolineare che Matteo Messina Denaro era diverso dagli altri capi. Totò Riina, ad esempio, mangiava sarde, panelle, sfincioni e cicoria selvatica. Matteo, invece, pasteggiava ad aragosta e champagne millesimato e chiudeva il pasto con un Armagnac del ’64. Non fu un caso che i poliziotti, a inizio del 2011, passarono al setaccio i supermercati di Mazara e di Campobello per trovare i contadini che compravano casse di Dom Pérignon, bollicine francesi per il beverage del mafioso. Il covo di via San Vito 31 a Campobello di Mazara, acquistato dal geometra Andrea Bonafede a cui Messina Denaro aveva sottratto generalità e carta di identità (ma aveva dato i soldi per comprare l’immobile), è il ritratto del boss playboy e vanesio. Scarpe Prada, sneakers, profumi di lusso, cosmetici, i soliti e immancabili Ray-Ban. Senza contare gli orologi di marca tra cui il Jack Miller da 35mila euro che aveva al polso al momento dell’arresto alla clinica ‘La Maddalena’. Quella casa nel centro di Campobello – che il padrino occupava da almeno sei mesi – contiene tutte le passioni del boss: un arredamento curato ma non pacchiano, i videogiochi e gli abiti griffati che comprava in una boutique esclusiva di Palermo che così descrive la sua mission: "Dedichiamo la nostra ricerca di stile a uomini che apprezzano il fascino di una vita frenetica e sorprendente, da affrontare senza pregiudizi e mai con approssimazione". E di certo Messina Denaro era tutto fuorché approssimativo.

Così comprava giacche da 4-5mila euro e camicie da 700, quasi sicuramente pagando in contanti (alla faccia del tetto del cash) nonostante la boutique si vanti di avere ben 12 metodi di pagamento con le carte. La casa di via San Vito, da cui tutti i vicini lo vedevano entrare e uscire, salutando gentile e cortese spesso a bordo di un’Alfa Romeo (le chiavi gli sono state trovate in tasca), contiene anche profilattici e scatole di Viagra, aiutini che il boss forse usava quando era in buone condizioni di salute.

D’altra parte, è noto che Diabolik, come lo chiamavano i suoi fan a Castelvetrano, era un irriducibile "femminaro", termine siciliano caro a Lando Buzzanca per indicare un donnaiolo. Nel suo passato ha intrecciato, nonostante la latitanza, legami spericolati con molte donne, ma non si è mai sposato. La liaison più importante è stata quella con Maria Mesi a cui aveva dedicato appassionati ‘pizzini’ ritrovati in alcuni covi. Poi fu la volta di Andrea Hasleher, giovane e bella austriaca che lavorava in un albergo di Selinunte, infine la relazione con Francesca Alagna nel 1996 da cui nacque la figlia Lorenza, che lo ha reso un anno e mezzo fa nonno, ma che non ha mai voluto conoscere. Nel covo trovati un paio di cellulari, qualche carta senza importanza e un’agenda ora al vaglio dell’aggiunto Paolo Guido.

"Nello stabile si sta rilevando la presenza di tracce biologiche, oltre a eventuali nascondigli o intercapedini dove può essere stata nascosta della documentazione", spiega il colonnello Fabio Bottino, comandante provinciale dei carabinieri di Trapani. "Non faceva una vita monastica, in stile Provenzano per fare un esempio", conferma Guido. Secondo quanto filtra, avrebbe anche avuto diverse frequentazioni con donne, oltre a girare indisturbato per locali e ristoranti come testimoniano alcune ricevute. Non ci sono gioielli e documenti ‘sensibili’. È probabile, quindi, che ci sia un altro covo o tutto sia conservato in una cassetta di sicurezza. O addirittura abbia potuto disporre della cassaforte di un gioielliere connivente, come già successe in passato: al caveau si accedeva solo con un ascensore che funzionava con l’impronta digitale.