Il presidente incaricato Mario Draghi, 73 anni, all’uscita da Montecitorio
Il presidente incaricato Mario Draghi, 73 anni, all’uscita da Montecitorio
di Antonella Coppari A metà pomeriggio tutto torna a vacillare. Il panico si diffonde tra i cinquestelle, appesi a una consultazione su Rousseau che non sanno più quando aprire, e a cascata la crisi di nervi si allarga all’ex maggioranza. Draghi fa sapere che non parlerà a fine giornata: accipicchia, e dove è finito l’accordo con Grillo in base al quale l’accettazione da parte sua del ministero della Transizione ecologica doveva convincere la base pentastellata a dare l’ok? Lo sbandamento dura poco: il premier incaricato s’inventa una formula obliqua. Tace, ma fa parlare la presidente del Wwf, Donatella Bianchi. È lei che, finito l’incontro, annuncia la lieta novella: "Il Dicastero ci sarà". Non che il...

di Antonella Coppari

A metà pomeriggio tutto torna a vacillare. Il panico si diffonde tra i cinquestelle, appesi a una consultazione su Rousseau che non sanno più quando aprire, e a cascata la crisi di nervi si allarga all’ex maggioranza. Draghi fa sapere che non parlerà a fine giornata: accipicchia, e dove è finito l’accordo con Grillo in base al quale l’accettazione da parte sua del ministero della Transizione ecologica doveva convincere la base pentastellata a dare l’ok? Lo sbandamento dura poco: il premier incaricato s’inventa una formula obliqua. Tace, ma fa parlare la presidente del Wwf, Donatella Bianchi. È lei che, finito l’incontro, annuncia la lieta novella: "Il Dicastero ci sarà". Non che il premier abbia chiesto esplicitamente quel passo, non è nel suo stile. Ma, assicura la delegazione green, ha fatto in modo che fosse chiaro, al di là di ogni ragionevole dubbio: "Non c’eravamo neanche seduti, e lui già parlava del Ministero...". Fumata verde. Resta da attendere il verdetto della piattaforma, i pronostici però sono per il responso positivo: la formulazione del quesito non è come dire ’potete scegliere tra sì e sì’, ma quasi.

Celebrato oggi il rito liturgico grillino, si arriverà alla stretta finale. Meno fulminea del previsto, anche perché il Quirinale non mette al premier fretta. Avrà un paio di giorni per sciogliere l’ultimo rebus, quello della squadra. Sulla carta la faccenda potrebbe essere conclusa già domani pomeriggio dal momento che è stata rinviata l’annuale cerimonia per l’anniversario della firma dei Patti Lateranensi, in modo da consentire la partecipazione al nuovo governo.

In realtà, una volta compilata la lista, l’ex presidente della Bce la discuterà a quattr’occhi, con la dovuta discrezione, con il presidente Mattarella. Dopo aver ricevuto il suo semaforo verde, dunque nel weekend, la ufficializzerà sciogliendo la riserva e quasi contestualmente ci sarà il giuramento dei ministri. Poi sarà il turno dei sottosegretari, una cernita complessa quasi quanto la squadra dei titolari. In aula, insomma, Draghi non arriverà prima di martedì o mercoledì prossimi. Saranno queste le prime occasioni ufficiali in cui si troveranno fianco a fianco la folta delegazione di tecnici, i ministri pentastellati e quelli azzurri, i rappresentanti del Pd e quelli del Carroccio. Situazione imbarazzante, certo, ma non tanto da spingere nessuno dei papabili a fare un passo indietro.

Al contrario, non c’è partito in cui intorno ai due e non più di due posti messi a disposizione dal premier non ci sia la ressa. Sarebbe un errore, però, concentrare l’attenzione solo sulle forze politiche tralasciando la serie di incontri con le parti sociali che ha impegnato la giornata del premier ieri; il suo governo dovrà occuparsi non solo di emergenza sanitaria e gestione del Recovery, anche di quella crisi sociale incombente che Mattarella ha evidenziato nel drammatico appello dopo il fallimento del Conte ter. La formula magica su cui Draghi punta, d’intesa con il capo dello Stato per evitare tensioni sociali laceranti, è riassunta in un termine fino a ieri desueto: concertazione. Certo, trovare un punto di mediazione tra le istanze di Bonomi e quelle di Landini, tra gli industriali e i sindacati non sarà facile. Basta un fotogramma per chiarirlo: quello del segretario della Cgil che, all’uscita da Montecitorio, sventola la richiesta di ius soli. Un modo per provocare un po’ la Lega e riaffermare i propri connotati. Con una maggioranza così variegata, comporre interessi spesso confliggenti potrebbe rivelarsi il compito più arduo per il premier.