Fine vita, suicidio assistito anche per chi non è tenuto in vita artificialmente: deciderà la Consulta

La gip di Firenze chiama in causa la Corte costituzionale che cinque anni fa si pronunciò sul caso di dj Fabo e delineò il perimetro per una legge sul suicidio assistito (mai arrivata)

Roma, 23 gennaio 2024 – Essere tenuti "in vita da trattamenti di sostegno vitale" non può esser condizione per accedere alle procedure di suicidio assistito, in quanto determina una "irragionevole disparità di trattamento" tra "situazioni concrete sostanzialmente identiche".

È quanto si legge nell’ordinanza con cui la gip fiorentina Agnese De Girolamo ha sollevato questione di illegittimità costituzionale in relazione alla depenalizzazione del suicidio assistito, stabilita dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale

Marco Cappato e la sua battaglia per l'eutanasia
Marco Cappato e la sua battaglia per l'eutanasia

Un’eccezione che, se recepita dalla Consulta, consentirebbe un passo ulteriore verso la libertà di scelta del fine vita, anche prima di esser obbligati a condizioni d’infermità degradanti. E che si riverbera perciò sul Parlamento: dove l’iniziativa legislativa rimane al palo nonostante i solleciti dei giudici costituzionali e adesso, per non essere ulteriormente scavalcata in senso permissivo dalla magistratura, la politica potrebbe correre ai ripari.

Nel giudizio sul caso Cappato/dj Fabo di cinque anni fa la Consulta aveva stabilito la depenalizzazione del reato di istigazione o aiuto al suicidio previsto dall’articolo 580 del codice penale.

Fu quindi autorizzato il sostegno al fine vita per persone affette da patologie irreversibili, costrette a sofferenze fisiche e/o psicologiche intollerabili, in grado di decidere in autonomia e liberamente di porre termine alla propria esistenza e tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Requisito, quest’ultimo, che la gip De Girolamo obietta essere "discriminatorio", in quanto "appare frutto di circostanze del tutto accidentali, legate alla multiforme variabilità dei casi". Non è esser attaccati a una macchina, insomma, che indica le condizioni di irreversibilità e sofferenza. Come nel caso del 44enne di San Vincenzo ammalato di sclerosi multipla accompagnato in Svizzera a morire dai volontari dell’associazione Luca Coscioni, che poi si sono autodenunciati, per costringere la magistratura a esprimersi. La legislazione italiana, del resto, ha introdotto già con la legge 219/2017 le disposizioni anticipato di trattamento e il consenso informato per rifiutare accanimenti terapeutici.

La parola passa dunque alla Consulta. La Corte costituzionale iniziò a occuparsi del caso dj Fabo nel febbraio 2018. L’udienza si svolse a ottobre e al suo esito la Corte decise di rinviare la sentenza a settembre 2019 per dar modo al Parlamento di ottemperare al vuoto legislativo. Ma senza risultati. L’iter potrebbe replicarsi, compreso il sollecito al Parlamento, dove la giacente proposta Bazoli è di fatto già superata. Ma stavolta le aule potrebbero affrettarsi a intervenire per contenere l’efficace azione combinata di associazioni e giudici, disciplinando criteri di accesso, comitati etici e tempi certi per chi soffre.

Intanto il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, annuncia il prossimo approdo in consiglio regionale della proposta depositata dell’associazione Coscioni. Entro il 2 febbraio l’Ufficio di presidenza dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità. In caso favorevole, Fontana prospetta un voto all’insegna della libertà di coscienza. Posizione apprezzata dal forzista Giulio Gallera, che annuncia il suo sì. Mentre il capogruppo Pd Pierfrancesco Majorino si augura "un confronto aperto e trasparente e non il tentativo di impedire la legge sul nascere".