"Nessuno pagherà per il mio bambino: ucciso dove lo dovevano proteggere"

È stato il primo bambino in Italia ucciso in ambito protetto. Federico non aveva ancora 9 anni quando, il 25 febbraio 2009, suo padre Mohamed Barakat, un egiziano di 53 anni, ha estratto una pistola e gli ha sparato un colpo alla nuca durante un colloquio nella sede dei Servizi sociali

Il piccolo Federico

Il piccolo Federico

San Donato (Milano), 31 gennaio 2015 - È stato il primo bambino in Italia ucciso in ambito protetto. Federico non aveva ancora 9 anni quando, il 25 febbraio 2009, suo padre Mohamed Barakat, un egiziano di 53 anni, ha estratto una pistola e gli ha sparato un colpo alla nuca durante un colloquio nella sede dei Servizi sociali. L’uomo ha poi infierito con un coltello. Lo stesso con cui, poco dopo, si è tolto la vita. È iniziato allora il calvario di Antonella Penati, mamma della vittima ed ex compagna di Barakat. Il dolore della donna non si è ancora lenito, anzi è oggi più forte dopo che il Tribunale ha assolto due assistenti sociali e l’educatore che avevano in carico il bambino al momento del dramma. L’ultima sentenza in questo senso è arrivata in settimana dalla Cassazione. Nessun corresponsabile, dunque, per la morte del piccolo Federico. Antonella Penati ha accolto la notizia con amarezza e sconforto.

La mamma Antonella Penati

Come si sente ora che l’iter giudiziario si è chiuso? «Sono sconvolta, da giorni non dormo e fatico a mangiare. Con quest’ultima sentenza è stata scritta una brutta pagina della giustizia italiana. Così mio figlio non avrà mai più giustizia, nessuno pagherà per la sua morte».

Lei non ha mai smesso di dire che la tragedia poteva essere evitata. Ne è ancora convinta? «Assolutamente. C’erano dei campanelli di allarme, che evidentemente non sono stati colti. Il padre di mio figlio aveva manifestato già in precedenza segni di aggressività e squilibrio. I fattori di rischio c’erano tutti, documenti e segnalazioni lo confermano. Perché nessuno ne ha tenuto conto?».

Qualcuno ha parlato di questa vicenda come di uno scontro tra culture. «La morte di un figlio non è un fatto culturale. È solo dolore e solitudine».

Ora cosa farà? «Continuerò a battermi perché tragedie come la mia non avvengano più, perché in casi analoghi vengano riconosciute precise responsabilità. Continuerò a lavorare con l’associazione che ho fondato, Federico nel Cuore».

Di cosa si occupa? «Aiutiamo i genitori nel loro rapporto coi Servizi sociali. Vogliamo che vengano riviste alcune norme che regolano gli ambiti protetti. Lavoriamo per riaffermare la centralità dei minori e il diritto alla vita, che va garantito sempre. I bambini non sono una pratica, vanno ascoltati e capiti».

Cosa le piace ricordare di suo figlio? «I 10 che prendeva a scuola, i tanti sport che praticava, i suoi sogni. Sa cosa mi diceva? “Mamma, da grande farò il carabiniere, per difendere te e tutti gli altri bambini». Ricordare quelle parole, oggi, fa ancora più male».

Come sarebbe oggi Federico se fosse vivo? «Sarebbe un bellissimo ragazzo di 14 anni, pronto per aprirsi al mondo».

alessandra.zanardi@ilgiorno.net