È fin troppo facile indulgere nella retorica del dolore di fronte alla tragedia del giovane turista morto nel Cilento. Così come sarà altrettanto scontato assistere al tradizionale scaricabarile delle responsabilità. Toccherà all’inchiesta giudiziaria fare chiarezza. Ma c’è una direttiva europea di dieci anni fa che pesa già come un macigno sulla coscienza politica dei tanti governi che avrebbero dovuto semplicemente renderla operativa e non l’hanno mai fatto. Non c’è scusa procedurale, o passaggio formale o iter burocratico che tenga rispetto a norme che toccano, da vicino, la sostanza delle nostre esistenze, entrano nella carne vita della quotidianità e sono in grado di fare la differenza fra una tragedia e un lieto fine. È proprio il caso del decreto del 2009 sul numero unico di emergenza. I primi due articoli prevedevano, nero su bianco, l’obbligo di attivare automaticamente i servizi di geolocalizzazione per tutte le chiamate (da fisso o da mobile) verso i servizi del 118 o del 115. Con tanto di modalità e di scadenze tutte, ovviamente, disattese. Ritardi tanto più gravi se si pensa che nell’era del 5G e delle interconnessioni senza barriere, gli smartphone possono essere facilmente trasformati in strumenti in grado di salvare vite umane. Anche con un semplice sms. E anche in assenza della rete Internet.

Insomma, non abbiamo scuse. Anche perché i fondi per la realizzazione del sistema Aml (Advanced mobile location) sono arrivati direttamente da Bruxelles. Eppure, gran parte delle centrali operative del 118, navigano a vista sul versante dei servizi di geolocalizzazione. Naturalmente, non mancano esempi di eccellenza, soprattutto nel Nord, dove qualche amministrazione ha deciso di fare da sé realizzando delle app. Ma con la buona volontà dei singoli non si può affrontare un tema di questa portata. È vero che la lista delle priorità, in un Paese fermo da oltre vent’anni sul fronte delle infrastrutture (anche digitali), è lunghissima. Ma quando si devono attuare norme che fin dall’intestazione parlano di emergenza, i ritardi non sono il solito ossimoro della burocrazia. Ma sono doppiamente colpevoli.