Lunedì 20 Maggio 2024
MICHELE ZACCARDI
Archivio

Sanità, la classifica. In Italia troppi medici specialisti e pochi infermieri (mal pagati)

Secondo uno studio dell'Osservatorio sui conti pubblici, il numero dei camici bianchi è superiore alla media, ma la classifica è capovolta se si guarda a infermieri e medici di base. E le differenze economiche tra le due categorie è tra le più alte d'Europa

Infermieri e un medico al lavoro (foto d'archivio)

Infermieri e un medico al lavoro (foto d'archivio)

Milano, 2 dicembre 2022 - Per il 2023 la manovra stanzia per la sanità 2 miliardi aggiuntivi, portando la spesa sanitaria dai 126 miliardi previsti dal governo Draghi a 128 miliardi. Risorse da più parti reclamate come necessarie alla luce dell’impennata dei costi dell’energia, che coinvolge anche ospedali e case di cura, e degli strascichi, in termini di ritardi nelle prestazioni non ancora recuperati, del Covid. Del resto sono in molti a sostenere che la sanità italiana sia sottofinanziata e che, per far fronte alle esigenze di una popolazione sempre più anziana, sia necessario spendere di più. Una delle carenze principali che viene imputata al sistema sanitario nazionale è relativa al personale.

In Italia, è l’accusa, ci sono pochi medici e pochi infermieri. Ma è davvero così? A fare chiarezza è uno studio realizzato dall’Osservatorio sui conti pubblici (Ocp) che confronta la situazione tra i diversi Paesi europei. Quello che emerge è un quadro molto più articolato di quanto viene semplicisticamente diffuso per dare l’immagine di una sanità sull’orlo del collasso per mancanza di mezzi. Andiamo con ordine. Innanzitutto, partiamo dal numero di lavoratori nella sanità. Nel 2019, stando ai dati Ocse, nei Paesi Ue avanzati, e quindi membri dell’organizzazione, in media gli addetti del settore erano pari a 49 ogni 1000 abitanti, con Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia che registrano i valori più elevati (rispettivamente 90, 86, 80 e 78). Francia e Regno Unito si collocano sopra la media di 10 unità. Valori più bassi si osservano invece nei Paesi mediterranei e dell’Est. La Grecia ha il più basso numero di unità di personale socio-sanitario (24 professionisti ogni 1000 abitanti), seguita da Polonia, Slovacchia, Lettonia (26). Più vicini alla media europea sono invece Portogallo, Spagna e Italia (rispettivamente 39, 33 e 33). 

A risultati analoghi si arriva se si considera il personale socio-sanitario sul totale degli occupati: nel 2019, in media, nei Paesi europei, il 10,2% dei posti di lavoro era nel settore socio-sanitario. C’è poi un divario importante tra il Nord Europa e i paesi del Sud e dell’Est. Mentre in Finlandia, Svezia e Paesi Bassi oltre il 16% degli occupati totali è impiegato nel settore, la media scende al 7,2% nell’area mediterranea (Grecia, Spagna, Italia e Portogallo) e al 6,4% nei Paesi dell’Europa dell’Est. Il ritardo di queste regioni, spiegano i ricercatori dell’Ocp, “è ragionevolmente legato al ruolo, tuttora importante, delle famiglie nel sistema di welfare di questi paesi e condiziona il ruolo delle donne e la loro capacità di partecipare al mercato del lavoro”. Veniamo al tipo di professionisti che lavorano nella sanità. Nel 2019 in tutta l’Unione europea c’erano 4,4 milioni di infermieri e 1,7 milioni di medici, in un rapporto quindi di tre a uno. Per quanto riguarda i singoli Paesi, la Germania ha il numero di infermieri più alto di tutta Ue (1.756 ogni 100 mila abitanti, rapporto 4 a 1), seguita da Finlandia (1.385) e Irlanda (1.341), contro una media europea di 996. Ben 17 paesi hanno registrato un numero di infermieri inferiore. In Italia ad esempio, il rapporto tra il numero di infermieri e medici è di circa 2 a 1: per arrivare ai livelli europei servirebbero 309 infermieri in più ogni 100mila abitanti.

La classifica è invertita se si guarda al numero di medici, con la Grecia che registra il valore più alto (618 ogni 100 mila abitanti) seguita da Portogallo (550) e Austria (533). L’Italia, invece, si colloca poco al di sopra della media europea (404). Un’altra distinzione da fare è quella tra medici specialisti e generalisti. In tutti i paesi dell’Ue, ad eccezione dell’Irlanda, ci sono molti più specialisti (68%) che medici di base (26%), seguiti dalla categoria residuale ‘’altri medici’’ (6%). In Italia gli specialisti rappresentano quasi l’80% dei professionisti, mentre l’Irlanda ha una quota maggiore di generalisti rispetto al totale (55%), seguita da Paesi Bassi (46%), Francia (44%) e Belgio (37%). Il nostro Paese si colloca fra le ultime posizioni (22%), un segnale, spiegano i ricercatori dell’Ocp, che conferma “la debolezza della sanità territoriale e la necessità di rivedere il percorso formativo dei medici di base, equiparandolo alle altre specializzazioni per renderlo più attrattivo”.

Passiamo al capitolo salari. In Italia lo stipendio medio lordo annuo di un infermiere impiegato negli ospedali è di 38.379 dollari mentre quello di un medico specialista di 110.348 dollari (rapporto di 1 a 3). Il divario tra le due categorie è più contenuto in Europa (1 a 2,5) per merito delle maggiori retribuzioni degli infermieri (in media 43.163 dollari) e delle minori paghe degli specialisti (107.384 dollari). Il maggiore gap salariale si registra però in in Irlanda, Regno Unito, Germania e Finlandia (dove il rapporto supera l’1:3) mentre si riduce (di poco inferiore a 1:2) in Grecia e Lettonia. In 9 Paesi su 16 gli stipendi degli infermieri in rapporto al prodotto interno lordo (Pil) pro-capite sono in media più alti che in Italia. Quello di un infermiere italiano (38.379 dollari) supera il Pil pro capite (35.815 dollari) solo del 7,2%. Negli altri paesi invece lo stipendio medio (43.163 dollari) supera il Pil pro-capite (38.559 dollari) dell’11,9%. Per raggiungere i livelli europei, lo stipendio medio dovrebbe superare i 40mila dollari, un aumento di 1.700 dollari.

La situazione è completamente diversa se si guarda agli stipendi dei medici specialisti: in Italia le retribuzioni di questa categoria superano il Pil pro capite del 208%, rispetto al 178% negli altri paesi. Riportando gli stipendi dei medici in linea con la media Ue si avrebbe un risparmio di 2 miliardi di euro l’anno. “Questi numeri” si legge nello studio dell’Ocp, “sembrano sottolineare che le retribuzioni dei professionisti sanitari in Italia, se valutate rispetto ad una proxy del reddito medio dei paesi quale il Pil pro-capite, non sono necessariamente inferiori a quelle registrate in altri paesi”.