Octopus ha aperto la strada, i suoi eredi ne stanno tracciando di nuove. E lei, Cecilia Laschi, ricercatrice e professoressa di Bioingegneria industriale all’istituto di Biorobotica della Scuola Sant’Anna di Pisa – incoronata dalla community “Robothub” nella classifica delle 25 scienziate geniali al mondo –, dopo aver ‘battezzato’ il polpo che ha rivoluzionato il settore introducendo il concetto di ‘soft’, è già oltre.

In cantiere c’è infatti la ricerca per sviluppare la prima proboscide robotica e uno studio sui meccanismi messi in attodalle piante rampicanti, quelle piante cioè che, cercando un supporto, sono in grado di prendere decisioni. Due ricerche alle quali Cecilia Laschi – livornese, donna di mare e di temperamento – è stata invitata a mettere la propria firma e che l’hanno riportata al primo amore: il cervello con tutte le sue tecniche di apprendimento.

Robotica soft: adesso va tanto di moda parlarne ma, dieci anni fa, è vero che nessuna rivista scientifica voleva pubblicare i vostri studi?

«Assolutamente sì, abbiamo iniziato nel 2007 quando era tutto da inventare, soprattutto a livello di materiali. È stata una scommessa, con la mia squadra abbiamo dovuto superare non pochi ostacoli per convincere la comunità scientifica del valore dei nostri studi. Poi il settore è letteralmente esploso. Nel 2018 abbiamo avuto la prima conferenza internazionale a Livorno, dove si sono svolte le ricerche intorno al polpo Octopus, seguita da quella di Seul e quest’anno andremo negli Stati Uniti»

Il polpo è stato il primo robot senza scheletro, dotato di morbidezza e cedevolezza, ma in grado di controllare i movimenti. Una ‘rivoluzione’

«Abbiamo cercato e trovato qualcosa del tutto opposto rispetto all’idea tradizionale di robotica rigida. Il polpo ha dimostrato di avere la capacità di adattarsi e reagire agli stimoli esterni senza che sia il cervello a indicarglielo: non reagisce solamente agli impulsi, ma li previene e si adatta. Inoltre, nonostante l’assenza di elementi rigidi, afferra gli oggetti, li manipola, cammina su qualsiasi superficie e nuota».

Quali sono, oggi, le sue applicazioni?

«Da Octopus sono nate linee diverse di ricerca. L’ultimo prototipo, finanziato dall’azienda ‘Arbi’ che produce surgelati ma ha deciso di investire sulla salvaguardia del mare, è un robot che cammina sui fondali ed è capace di prendere campioni di sedime per verificare la presenza di micro-plastiche. Il progetto si chiama ‘Blue Resolution’ e si sta sviluppando in collaborazione con gli Istituti di BioRobotica e di Management della Scuola Sant’Anna. Siamo nella fase delle prime campagne in mare. Ma il polpo ci ha insegnato davvero tanto e ora è richiesto in numerosi settori, dalla biologia, all’ecologia fino alle aziende petrolifere che operano in ambienti sottomarini».

Anche nel biomedicale ci sono applicazioni importanti?

«Octopus ha ispirato un endoscopio morbido che può deformarsi all’interno del corpo umano e di irrigidirsi, proprio come fa il braccio del polpo, solo quando serve: cioè quando deve eseguire l’intervento. Poi c’è il robot che può aiutare gli anziani sotto la doccia. E ancora: le corde vocali artificiali, il cuore artificiale...».

Una ‘generazione’ di studi che è nata grazie al polpo...

«La cosa bella è che coloro che dieci anni fa erano i miei studenti e insieme dovevamo davvero imparare tutto, oggi sono diventati i massimi esperti mondiali del settore. Mi piace parlare sempre al plurale. Il robot che cammina sui fondali – il suo nome è ‘Silver 2’ ed è un progetto finanziato dalla Comunità Europea – è una creatura di Marcello Calisti, la linea endoscopica è guidata da Matteo Cianchetti, Egidio Falotico è il responsabile del nostro gruppo per il progetto europeo sulla proboscide dell’elefante».

Tanti, tutti uomini, lei sembra essere l’unica donna. La biorobotica è un settore prettamente maschile?

«Le donne, è vero, sono poche. Ma non posso dire, anzi non voglio dire, che la causa sia quel maschilismo che viene chiamato spesso in causa quando si parla di donne e scienza. Nella mia esperienza non ho incontrato discriminazioni. Piuttosto, sono i privilegi riservati alle donne ad essere umilianti».

In che senso?

«Mi deprime davvero ricevere un premio e capire di averlo ricevuto in quanto donna. La discriminazione si può combattere, questo tipo di pensiero è molto più difficile da estirpare. L’esempio più chiaro è proprio di questi giorni: in Italia è stato isolato il Coronavirus e più che la cosa in sé, importantissima dal punto di vista medico e scientifico, ha fatto notizia che le ricercatrici fossero donne. Quasi un ‘caso’, qualcosa di eccezionale. Così non va affatto bene».