Vendola e l’idea progressista: "Inutile parlare di federazione, prima va rivoluzionato il Pd"

Lo storico esponente della sinistra boccia le formule del passato rilanciate da Prodi. "L’Ulivo nacque e morì in un mondo che non c’è più. Mai fatti i conti col suo fallimento"

Nicola Vendola
Nicola Vendola

Roma, 19 dicembre 2023 – Romano Prodi ha investito Elly Schlein del ruolo di federatrice del Centrosinistra. Come le sembra questo approccio?

"Capisco le buone intenzioni di chi cerca di reagire alla deriva di una destra che sta cannibalizzando il Paese, di un governo che giorno dopo giorno comincia ad assumere le sembianze di un regime – avvisa Nichi Vendola, punto di riferimento della sinistra, da poco anche presidente proprio di Sinistra italiana –. Capisco l’urgenza di dare alle forze di opposizione il compito di costruire un’alternativa credibile alla coalizione sovranista e illiberale che sta colonizzando le istituzioni e la società italiana".

Ma la mossa non la convince?

"Non credo che il tema di oggi, quello su cui impegnare la nostra forza e intelligenza, sia la ricerca del federatore o della federatrice di una cosa che ancora non c’è, magari avendo sullo sfondo l’evocazione nostalgica dell’Ulivo. Sembra una discussione che si ripete, un déjà-vu. Finisce che siamo quelli di “aspettando Godot“. Rievocare le formule del passato rischia di apparire una fuga politicistica dal presente, se non una curiosa seduta spiritica. L’Ulivo nacque e morì in un mondo che non c’è più. Tutto è cambiato e non si può più sfuggire ai doverosi e aspri rendiconti sulle ragioni della nostra sconfitta, in Italia e non solo".

Anche Conte non l’ha presa bene.

"Forse pensa anche lui che occorra partire dalle fondamenta e non dal tetto. Solo la ricerca, il confronto, la discussione aperta con i saperi critici, i femminismi, il protagonismo dei giovani, può consentirci di mettere in campo un progetto ambizioso di cambiamento, non un libro dei sogni, ma un programma ben piantato nella terra delle contraddizioni del tempo nostro, un programma dotato di senso e capace di consenso".

C’è chi ipotizza l’esigenza di una figura esterna: Maurizio Landini potrebbe essere l’uomo giusto?

"Lei continua pazientemente a interrogarmi su un oggetto che incontra la mia impaziente ostilità. Che cosa, chi dobbiamo federare? Per fare cosa? Per quale idea? Non è più utile cercare risposte a domande che stanno nel cuore di tutta l’umanità piuttosto che farci domande che stanno solo nei talk show e che sono distanti anni-luce da quelli e quelle a cui ci rivolgiamo".

Qual è, allora, il ruolo che dovrebbe svolgere la leader dem?

"Spero che Elly Schlein continui e intensifichi il lavoro di ricostruzione del profilo politico e culturale del Pd, liberandolo dalle sue molteplici soggezioni alle compatibilità dettate dall’agenda liberista, bonificandolo dall’ossessione governista, e soprattutto riposizionandolo sul terreno della giustizia sociale e della pace, della conversione ecologica e del primato dei diritti umani".

Un’inversione quasi a U per il Pd pre-Schlein.

"Questo percorso che io auspico non è indolore: significa rompere con l’ossequio a un atlantismo acritico, riaprire con radicalità la partita per il disarmo, ripudiare la modernità fasulla di una sinistra che non si occupa più dei lavoratori salariati o della maledizione del precariato. Tutti noi siamo chiamati a essere federatori: di lotte, di reti di esperienze, di soggetti sociali feriti e atomizzati, di speranze sempre disattese. Ma ciò che può federarci e soprattutto connetterci col popolo del non voto e del disincanto, è la potenza dell’idea di alternativa".

Un ritorno all’ideologia?

" L’ideologia è il cuore dello scontro. La destra esibisce, anche contro il principio di realtà, tutti i propri vessilli ideologici e invece noi, spesso, sembriamo amministratori condominiali, con il malinconico realismo delle nostre tabelle millesimali".

Quale è, dunque, la strada che lei considera più valida per arrivare a una coalizione capace di sfidare la destra?

"Provo a dirlo con una metafora. Ci vorrebbe un vero e proprio Congresso: non di un partito o di una coalizione di ceti politici, ma di una moltitudine di attori, di un soggetto plurimo che agisce in alto e in basso, che è nel suo insieme politico e sociale, che agisce secondo lo stile della intersezionalità".

A chi si riferisce?

"Guardiamoci attorno: chi ha la capacità di una mobilitazione di massa, oggi, nel mondo progressista? Certamente i sindacati, anche se stressati da una lunga vicenda di delegittimazione dei corpi intermedi. Il movimento delle donne, come si è visto nella reazione alla insopportabile catena dei femminicidi. E il movimento lgbt, che con la sua potenza colorata e danzante riesce a opporsi efficacemente alle spinte reazionarie e neo-clericali della destra. E il movimento ecologista, sia pure in forme talora carsiche e mobilitando una diffusa avanguardia. Questi soggetti faticano a parlarsi, a ritrovarsi. Ma è da loro che può nascere non un accordo elettorale, ma una grande speranza sociale".

In che cosa fallì, invece, la coalizione prodiana del 2006?

"Non è stato molto indagato quel fallimento, si preferisce la comoda vulgata delle bizze personali o delle vicissitudini giudiziarie, anzi si cerca di mettere tutto sul conto del presunto estremismo di Bertinotti: un modo infantile di rimuovere non solo la cronaca di quei giorni – penso a Mastella, che era ministro di Giustizia –, ma anche le vere questioni che lacerarono il campo progressista e che riguardavano la risposta da dare alla crisi della società italiana ed europea".

In che senso?

"A quel tempo era già consumata per intero la storia del dopoguerra repubblicano e delle sue conquiste, il ceto medio aveva già cominciato a scivolare all’indietro, il riformismo oscillava paurosamente verso i dogmi dell’establishment economico. Già allora occorreva più coraggio, figuriamoci oggi: ma abbiamo il dovere di provarci, senza mai dimenticare che la destra può essere battuta, ma solo a condizione di non assomigliarle neanche un po’".