Canto e realtà sono nel libretto della Prima

Guido Bandera Sarà l’oro sulle pareti, il velluto rosso e l’obbligo dell’abito da sera, ch...

Bandera

Sarà l’oro sulle pareti, il velluto rosso e l’obbligo dell’abito da sera, che evoca lanci di volantini tricolori contro Radetzky, ma quando Milano affronta la prima della Scala non è mai solo questione di musica, ma quasi sempre di politica. E a volte, appunto, di teatro. Quel palco reale, fra i fiori profumati della Riviera, evoca puntiglio risorgimentale. Il 7 dicembre 2021 il pubblico entusiasta chiese, e ottenne, il bis di Sergio Mattarella al Quirinale. Nel 2022 il presidente tornò, tenendo a battesimo il debutto di Giorgia Meloni. Quest’anno parevano spiccare più i forfait che le presenze. Ed è invece il sindaco Giuseppe Sala a minacciare lo strappo istituzionale per rimarcare la distanza politica (e fisica) con il governo, sedendo in platea "accanto a Liliana Segre". Ecco il nuovo “caso“ che riaccende i riflettori sulla Scala. Seguono trattative, svolazzare di cappe, tintinnare di speroni, cortesie e sgarbi. Cerimonie all’ombra del potere, quello romano, quello milanese e quello oscuro del Don Carlo di Giuseppe Verdi. Stessa opera, allora diretta da Abbado, che nel 1968 accolse il lancio di uova orchestrato da Mario Capanna ai danni di farfallini, pellicce e ardite acconciature. Fu l’inizio di un filone narrativo fortunato ma ormai logoro. Se oggi sono Anpi e Cgil a spiegare come "i fascisti non sono graditi alla Scala", annunciando l’assenza al saluto a Ignazio La Russa, è proprio quest’ultimo a tendere la mano nel balletto fra palco e platea. Lontani i tempi di Toscanini, schiaffeggiato a Bologna per non aver suonato “Giovinezza“ al Comunale nel 1931. Il maestro decise di partire per l’America. Tornò nel ’46, "ma stette solo un giorno", per inaugurare la Scala risorta dalle bombe. Resta quel capolavoro di Verdi, che a Milano ha sempre segnato il mutare de tempi. Come nell’anno di Mani Pulite, il 1992, in cui proprio nel Don Carlo una stecca atomica del grande Pavarotti forse annunciava, inconsapevole, l’avvicendarsi di epoche e poteri.