Mercoledì 22 Maggio 2024
MATTEO MASSI
Libri

Il pugno chiuso che cambiò le Olimpiadi

Punito ed emarginato: John Carlos si racconta. Nel ’68 a Città del Messico fu protagonista con Tommie Smith della clamorosa protesta

Il pugno chiuso che cambiò le Olimpiadi

Il pugno chiuso che cambiò le Olimpiadi

La chiama "la scena del crimine". E sulla scena della crimine John Carlos è tornato quarant’anni dopo: era il 2008. Nel frattempo i (pochi) capelli (e la barba) si erano imbiancati e lui e Tommie Smith erano stati insigniti da Espn di un premio speciale, quello dedicato ad Arthur Ash. In quei quarant’anni hanno raccontato più e più volte il senso di un’istantanea che è diventata un’icona: loro scalzi con il pugno guantato (di nero) rivolto verso al cielo, e con loro, senza battere ciglio, su quel podio dei 200 metri anche Peter Norman. Non un bianco convitato di pietra di fronte al più grande gesto di protesta che si possa ricordare durante le Olimpiadi. Era il Sessantotto, l’autunno del 1968. C’era un mondo in subbuglio: le proteste erano iniziate nelle università americane (Berkeley) ed erano arrivate fino in Europa (il maggio francese e poi anche l’Italia). Gli Stati Uniti erano il Paese dove la forbice della disuguglianza era quanto mai ampia. Dove due neri, due campioni come Tommie Smith e John Carlos, che venivano chiamati i "nostri cavalli" (perfino dagli allenatori), anche attraverso il movimento Olympic Project for Human Rights ("Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa?" era scritto sul manifesto), stavano cercando di trasformare il pensiero rivoluzionario di Martin Luther King (ucciso nell’aprile del ’68) e di non far sì che rimanesse lettera morta.

E nello sport l’attacco era stato verticale, verso chi comandava il Cio, il Comitato olimpico internazionale presieduto da Avery Brundage che lo guidava ininterrottamente dal 1952, non curante delle critiche che gli erano state rivolte, anche per razzismo. Brundage giocò perfino la carta Jesse Owens per placare i venti di protesta che spiravano sul fronte degli afroamericani che avrebbero partecipato alle Olimpiadi di Città del Messico. Ma Owens, l’eroe nero nella Berlino già nazista del 1936, e Carlos erano due mondi lontanissimi. Owens pensava che non si dovesse politicizzare una manifestazione sportiva, Carlos (e con lui Smith e tutti gli altri atleti afroamericani) sapeva che era l’unica via per aprire gli occhi al mondo.

A quasi tredici anni dall’uscita è stata ristampata l’autobiografia di John Carlos (per la prima volta in Italia esce per DeriveApprodi col titolo Autobiografia di una leggenda). Quando Carlos scrisse le sue memorie all’orizzonte c’erano le Olimpiadi di Londra, quando andò a ritirare il premio Espn, tornando a Città del Messico, era in dirittura d’arrivo la kermesse olimpica di Pechino. Qualcuno ebbe l’ardire di chiedergli se c’era da aspettarsi qualche gesto di protesta eclatante – così come fecero lui e Smith – nei confronti della Cina. Lui rispose (e lo racconta) che non si era ancora capito nulla di quello che accadde il 16 ottobre 1968. "Noi non protestavamo contro il Messico".

Carlos nel suo libro guarda indietro. Harlem, il punto di partenza, considerato spesso (anche letterariamente) un ghetto nero. Ad Harlem c’era il Savoy Ballroom dove sfilavano (e si esibivano) tutti i divi dell’epoca: da Ella Fitzgerald (che era costretta però a entrare dalla porta posteriore) a Frank Sinatra. Il piccolo Carlos e i suoi coetanei erano lì ad aprire gli sportelli dei taxi per raccattare qualche mancia. Al massimo battevano i piedi sull’asfalto – il ritmo di Harlem come il libro di Colson Whitehead – e capitò che il piccolo Carlos si guadagnò una moneta d’argento da Fred Astaire che passava nei dintorni. John era dislessico e la scuola era "un esercizio di umiliazione – racconta nel libro –. Lo sport invece mi ha salvato dall’emarginazione". Ma dopo lo storico gesto di protesta nel ’68 la vita per John Carlos (finito a fare il consulente scolastico nella Palm Springs High School) e anche per Tommie Smith è stata un inferno. La gloria è stata soverchiata da controlli incondizionati sulla loro privacy, considerati pericolosi, sovversivi. Spiati perfino dall’Fbi. "Non avevo idea di cosa avremmo dovuto affrontare. Non sapevo né mi rendevo conto, in quel preciso momento, che l’intera traiettoria delle nostre giovani vite era appena cambiata in modo irreversibile". Ma il fuoco di quei giorni lo sente ancora. Anche se si limita a constatare che "Muhammad Ali e Malcolm X sono diventati francobolli, Martin Luther King una tazza commemorativa di McDonald’s. I denti politici sono stati devitalizzati dalla cultura pop". Ma il fuoco di quel 16 ottobre non si è (mai) spento.

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