Mercoledì 29 Maggio 2024
LORENZO GUADAGNUCCI
Libri

Il Nobel migrante: "C’è un obbligo di umanità"

Abdulrazak Gurnah, nato a Zanzibar e rifugiato in Inghilterra, al Salone di Torino sferza l’Europa. "Tutti possiamo sentirci stranieri"

Il Nobel migrante: "C’è un obbligo di umanità"

Il Nobel migrante: "C’è un obbligo di umanità"

Torino, 13 maggio 2024 – Abdulrazak Gurnah è un signore distinto, parla un inglese raffinato, scrive romanzi affascinanti e non per caso ha ricevuto nel 2021 il Nobel per la letteratura. È anche un immigrato, nato a Zanzibar e arrivato in Inghilterra a vent’anni nel 1968, e dunque sa di che cosa parla quando osserva l’Europa, la “sua“ Europa, e l’accusa con garbo ma anche con forza di "non essere umana" con le persone che vengono da fuori. Ieri Gurnah, al Salone del libro di Torino, oltre a presentare il suo romanzo appena tradotto in italiano (L’ultimo dono, La nave di Teseo), ha dato prova di qual è lo statuto, potremmo dire la missione di un intellettuale: svelare il non detto, mettere a nudo le ipocrisie, sottoporre il presente alla critica dell’intelligenza, dell’esperienza, della saggezza. "Sentiamo – ha detto Gurnah – le storie di persone che dall’Afghanistan, dalla Siria e altri luoghi arrivano ai confini dell’Europa e vengono rimandati indietro. Dopo migliaia di chilometri vengono picchiati, maltrattati, respinti: questo non è umano. E noi invece abbiamo un obbligo di umanità nell’accoglienza".

Gurnah arrivò a Londra insieme col fratello, aveva in tasca 400 sterline e nell’anima l’angoscia di tutti i rifugiati. La sua Zanzibar, a quel tempo, viveva un’epoca di violenza e confusione, seguita alla rivoluzione che aveva messo fine (nel ’64) al sultanato. Il futuro scrittore visse nella colta, civile e austera Gran Bretagna un’esperienza di “accoglienza“, se vogliamo chiamarla così, a suo modo indimenticabile, raccontata più volte nelle interviste degli ultimi anni: "Fu uno choc scoprire il senso di disgusto che suscitavo negli altri e che si manifestava in sguardi, sberleffi, parole e gesti. Se ci fosse stato un posto dove fuggire, sarei partito, ma non potevo più tornare indietro".

Il professor Gurnah, docente in pensione di letteratura inglese e postcoloniale all’Università del Kent, oggi vive a Canterbury, una piccola e gloriosa città, famosa per avere ospitato gli ugonotti in fuga dalla Francia e per essere la tappa terminale della Via Francigena, il filo di strade (e di pensieri e di ideali) che innerva l’Europa. Un punto d’osservazione speciale, di grande profondità storica.

"L’immigrazione è uno dei più grandi fenomeni dei nostri tempi, il problema è come le società di arrivo percepiscono le persone che migrano", ha detto ieri Gurnah, alludendo solo inconsciamente allo choc provato al proprio arrivo, e pensando invece alla deriva in corso in Europa, una zona del mondo che non è la principale meta di immigrazione, ma è quella che proclama i valori e i principi più alti, con la sua dottrina dei diritti umani e il suo ancoraggio alle regole – almeno formali – della democrazia. Ebbene, in Europa, ha rimarcato Gurnah, "l’immigrazione è assimilata ai fenomeni criminali", con la conseguente consegna delle persone migranti alle feroci fauci sempre aperte di chi lucra sugli effetti del proibizionismo. "Se non c’è la possibilità di emigrare in modo legale e assistito, si troverà sempre qualcuno che organizzerà viaggi illegali, costosi e pericolosi". Tutto il resto, lascia intendere il premio Nobel, è vuota retorica e cinismo politico.

Nei suoi libri Gurnah ha raccontato le mille facce dell’identità e dell’appartenza da un angolo visuale particolarissimo. Zanzibar è un’isola caleidoscopio, un crocevia di civiltà: è africana ma anche araba ed europea e soprattuitto un luogo di traffici, scambi e commerci che dura da secoli. Che appartenenza può avere una persona sottoposta a così tante influenze? Zanzibar allora è una metafora che ci parla del mondo di oggi, il mondo delle migrazioni, degli intrecci di lingue, culture, esperienze. "Ci sono molti modi di appartenere – ha detto ieri Gurnah – e il più immediato è legato al luogo di nascita, alla propria famiglia. Ma sappiamo che molti hanno rifiutato la propria appartenenza per sceglierne un’altra; è successo anche a scrittori come T. S. Elliot e Joseph Conrad. La questione veramente interessante è proprio questa, la scelta. Per questi scrittori è una scelta di appartenenza culturale, ma per altre persone si tratta di scelte obbligate: che cosa vuol dire appartenere quando si deve partire perché si è a rischio di violenza o di indigenza?"

Nelle parole di Gurnah torna il principio di umanità, così spesso abbandonato nelle moderne politiche sull’immigrazione: "Il punto chiave è la ricerca della serenità, che una persona raggiunge quando sente di appartenere a entrambi i mondi, quello di partenza e quello di arrivo, e quindi trova un punto di equilibrio". Ne L’ultimo dono, un romanzo sulla conciliazione delle differenze, il protagonista Abbas, nato a Zanzibar e residente in Inghilterra (proprio come Abdulrazak Gurnah), è "un personaggio – dice l’autore – che cambia spesso: da adulto, da ragazzo, da vecchio". Alla fine tutti, ecco il messaggio, viviamo identità e appartenenze plurime, e questa è la più umana delle condizioni. "Ci si può sentire stranieri – dice Gurnah – anche nella propria città".