Confessioni di uno scafista: "Usati da Saied per i soldi Ue. Ora gli affari sono in calo"

Il trafficante tunisino: chiediamo dai 600 ai 900 euro per un posto su una barca in metallo "Quelli che vogliono arrivare in Italia preferiscono partire da Sfax, perché in Libia vengono torturati".

Confessioni di uno scafista: "Usati da Saied per i soldi Ue. Ora gli affari sono in calo"

Confessioni di uno scafista: "Usati da Saied per i soldi Ue. Ora gli affari sono in calo"

dall’inviato

SFAX (Tunisia)

"Cosa ti aspettavi, un pirata?". Il giovane uomo sorride e si togliere gli occhiali da sole neri, cattivi, stile contractor. Fa cenno di sedersi a uno dei tavolini di un anonimo caffè alla periferia di Sfax. Niente nomi, niente foto. È tunisino, grossomodo trentenne, parla un discreto francese. Ed è un trafficante. Un passeur. O come dicono in Tunisia, un harka.

Gli harka di questi tempi rischiano molto perché la Guardia Nazionale dà loro letteralmente la caccia. E quindi sono elusivi. Un ivoriano di nome Mamadou incontrato sotto uno dei tanti alberi d’ulivo di El Amra assieme a simpatici e chiassosi compagni di strada del Mali e del Niger, ci manda da un altro migrante, un giovanissimo ma scafato ragazzo burkinabè che che fa da camo per i trafficanti. E dopo lunghe trattative riusciamo a fissare un appuntamento con un harka, in una delle più anonime pieghe della periferia di Sfax. Parla come se fosse un flusso di coscienza, manco servono le domande, all’inizio.

"Oggi – dice – chiediamo dai 2 ai 3mila dinari (600-900 euro, ndr) per un posto su un barchino in metallo, il doppio se il barchino è in legno, con massimo una trentina di persone, e con due motori. Per ogni movimento l’utile è del 50-60%".

O il doppio, lo interrompiamo. Lui fa un smorfia, solleva verso l’alto le mani. "Inshallah", se Dio vuole, è la risposta. "I migranti – prosegue – preferiscono partire da qui rispetto alla Libia perché lì la Guardia Costiera, che è praticamente una cosa sola con i trafficanti, li sequestra e li tortura se non si fanno mandare soldi dalle famiglie. Qua al massimo la polizia li picchia un po’, ma manco sempre, e al massimo li rimanda indietro nel deserto libico o algerino. Per questo, e per il fatto che da qui il viaggio verso Lampedusa dura la metà, venivano fino a Sfax".

Venivano? Le campagne di El Amra sono piene di migranti. "Venivano – insiste – perché ormai il momento buono è finito. Purtroppo il business ha tirato molto per tutto l’anno, e qui a Sfax ci abbiamo guadagnato il giusto in parecchi, anche gente rispettabile che ci metteva i centomila dinari per comprare le barche, ci finanziava, ma ora la pacchia sta finendo. Il presidente Saied è stato abile, ci ha sostanzialmente usato per fare l’accordo con la Unione europea, per farvi impaurire, e ora ha dato ordine alla Guardia Nazionale di bloccarci. Francamente, abbiamo paura, io non voglio finire in carcere, e quindi con altri amici ci stiamo sganciando. Ci spartiamo queste migliaia che ci sono rimasti e addio". Sorseggia il caffè ("Come è l’espresso tunisino? Come in Italia?" ci chiede. Insomma) e se la prende con i trafficanti libici, che si rifiuta di chiamare colleghi.

"Vogliono riprendersi il flusso – dice – non gli va bene che noi guadagniamo alle loro spalle. E quella è gente che spara. Hanno già dato disposizioni perché i carichi di migranti (‘carichi’, come se fossero merce, ndr) che arrivano dal deserto, restino in Libia. Tira di nuovo il porto di Sabratha. Peggio per i migranti, che da lì la traversata è più lunga, pericolosa e cara. Ma poi per voi – ride – cambia poco: sempre in Italia arrivano". Quelli che arrivano.

Alessandro Farruggia