Adolfo Kaminsky
Adolfo Kaminsky

Parigi, 8 dicembre 2019 - È il più grande falsario della storia. Ha vissuto per decenni in clandestinità, fabbricando documenti falsi che hanno salvato la vita di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei. Un personaggio da romanzo che ha lavorato senza chiedere nulla in cambio. Adolfo Kaminsky, 94 anni, nato in Argentina da genitori russi, naturalizzato francese nel ’92, vive a Parigi. La figlia Sarah ha pubblicato un libro che racconta le sue gesta.
"Come sto? Non mi lamento. Certo non sto ringiovanendo: fra qualche anno arrivo alla boa di un secolo". Un piccolo appartamento alle spalle della Tour Eiffel, le pareti tappezzate di foto che evocano frammenti di vita quotidiana. Una mostra gli è dedicata in questi giorni a Parigi dal Musée d’art et histoire du Judaisme. Oggi non può più fotografare: ha perso l’occhio destro a causa dei vapori di acido e inchiostro usati in passato, l’altro funziona pochissimo.

Lei si definisce un utopista a oltranza. Perché?
"Sono sempre stato convinto che un mondo diverso fosse possibile. Non avrei sopportato di vivere se non avessi potuto salvare tante persone. Bisogna credere, aver fiducia, altrimenti tutto è perduto".

È vero che non ama parlare del passato?
"Sono una persona pudica. Ho fatto solo il mio dovere. Non mi piace parlare di me oggi, né mi piaceva quando ero giovane, perché parlando avrei rischiato la galera. Ho vissuto protetto da una rete di silenzio e protezioni di cui oggi non ho più bisogno".

Ha conosciuto l’editore Giangiacomo Feltrinelli, militante di estrema sinistra entrato in clandestinità. Ha fabbricato falsi anche per lui?
"Non direttamente. L’ho conosciuto a Parigi negli anni Sessanta, nel periodo della guerra d’Algeria. Lui era in contatto con il reseau Janson, che operava a sostegno del Fln. Io ho fabbricato documenti per alcune ragazze francesi del reseau che erano finite in carcere: riuscirono a evadere e grazie ai miei documenti uscirono dai confini francesi".

La sua famiglia arrivò in Francia nel 1930, lei aveva 5 anni. Fu espulsa poco dopo e per due anni e mezzo si trasferì in Turchia. Poi il ritorno in Francia. Quando iniziò a lavorare?
"Nel 1939. Avevo 14 anni, andai a lavorare in tintoria. Lì scoprii la magia delle macchie che scompaiono, gli inchiostri, i colori e la decolorazione. Passavo notti intere a fare esperimenti in casa, suscitando la rabbia e la disperazione di mia madre".

Quattro anni dopo tutta la sua famiglia venne arrestata in quanto ebrea. Come ne uscì?
"Grazie al consolato argentino. Sui miei documenti era scritto che ero nato a Buenos Aires. Mi liberarono nel 1942".

E a 17 anni divenne l’esperto in falsi della Resistenza.
"Entrai nel laboratorio clandestino di Maurice Cachou. Cambiai il mio nome in Marc Hamon. Un giorno ricevetti l’ordine di preparare documenti falsi per 300 bambini ebrei minacciati dalla Gestapo. Fu un incubo: avevo 3 giorni e dovevano essere perfetti, il minimo errore poteva provocare la condanna a morte dei destinatari. Lavorai come un forsennato, producendo 10 documenti l’ora. Quando mi si chiudevano gli occhi mi schiaffeggiavo per svegliarmi. Alla fine del terzo giorno tutto era pronto: 300 bimbi erano salvi".

Quanti ebrei ha salvato?
"Non lo so. Pare tremila".

Fino a quando ha continuato?
"Fino al ’71. Ho lavorato per i fellaghas algerini, gli antifranchisti, contro Salazar, contro l’apartheid, contro i colonnelli in Grecia, ho aiutato Mandela e i disertori americani che non volevano andare in Vietnam. Ho fatto perfino un documento falso per Daniel Cohn-Bendit nel 1968 per permettergli di partecipare a un meeting in Francia".