Il termovalorizzatore di Acerra (Newpress)
Il termovalorizzatore di Acerra (Newpress)

Roma, 18 novembre 2018 - Inceneritori e termovalorizzatori. In molti li identificano come la stessa cosa. In realtà, non è così. I primi sono impianti che bruciano i rifiuti e basta, mentre i secondi sono impianti che bruciano i rifiuti per generare energia. Gli inceneritori sono impianti vecchi, che oggi non si costruiscono più: si preferiscono i termovalorizzatori, che permettono non solo di distruggere i rifiuti, ma anche di produrre elettricità.

DOVE SONO - In Italia gli inceneritori senza recupero energetico sono pochi e soprattutto al Sud: i principali sono a Porto Marghera (Venezia), San Vittore (Frosinone), Colleferro (Roma), Gioia Tauro (Reggio Calabria), Capoterra (Cagliari), Melfi (Potenza), Statte (Taranto).

Gli impianti che bruciano rifiuti in Italia sono complessivamente 56, e per la maggior parte termovalorizzatori collocati al Nord (28 in tutto). Per quanto riguarda il Centro Italia, il numero maggiore di termovalorizzatori è in Toscana (5 su 9).

L’intero Mezzogiorno che deve esportare l’immondizia ha appena 8 termoutilizzatori, di cui uno solo, quello di Acerra (Napoli), ha dimensioni efficienti. I più grandi d’Italia sono a Brescia (A2a, 880mila tonnellate l’anno) e Acerra (A2a, 600mila tonnellate l’anno). Di dimensioni industrialmente interessanti sono anche Milano (A2a), Torino (Iren), Parona Pavia (A2a), Padova (Hera), Granarolo Bologna (Hera), San Vittore del Lazio (Acea).

Infine, ci sono decine di impiantini costosi, la cui ragione economica è sorretta dai vecchi incentivi Cip6 che stanno uscendo di scena insieme con gli inceneritori di cui sostengono il pareggio di bilancio. Diversi impianti di capacità inferiore alle 100mila tonnellate l’anno infatti sono spenti o funzionano in modo marginale, come quelli di Vercelli, Ospedaletto (Pisa), Tolentino (Macerata), Statte (Taranto) o Macomer (Nuoro).

IL BUSINESS DEI RIFIUTI AL SUD - Il fatto che la maggior parte di impianti sia al Nord non è senza conseguenze. Il caso di studio più importante è la Campania: con pochi e malfunzionanti impianti, nel 2016 (ultimo dato disponibile) la regione ha esportato 258 mila tonnellate di rifiuti urbani, arricchendo i consorzi di autotrasportatori e le municipalizzate settentrionali, proprietarie di impianti altrimenti affamati dall’aumento della raccolta differenziata (al Nord oltre il 64%, al Sud 37,6%; la Campania è al 52%, Napoli al 38%). Altre 103 mila tonnellate sono andate dalla Campania all’estero.

In questa fase, il mercato paga 200 euro a tonnellata. Il conto è facile: il business dei rifiuti che la Campania non riesce a trattare vale almeno 70 milioni l’anno. Che consentono ai Comuni del Nord di calmierare le tasse sui rifiuti, a spese dei cittadini campani (ma anche dei romani, il meccanismo è analogo).

QUALI EFFETTI PER AMBIENTE E SALUTE - Inceneritori e termovalorizzatori bruciano lo stesso tipo di rifiuti, quelli solidi urbani (piccoli imballaggi, carta sporca e stoviglie di plastica, ad esempio) e quelli speciali (derivanti da attività produttive di industrie e aziende). Per legge la temperatura di combustione deve essere sopra gli 850 gradi, per evitare la formazione di diossine. Se la temperatura scende, si attivano bruciatori a metano.

Rispetto agli inceneritori, i termovalorizzatori hanno in più radiatori dove l'acqua viene portata ad ebollizione, turbine azionate dal vapore e alternatori mossi dalle turbine che producono energia. Gli impianti più moderni distribuiscono anche acqua calda per i termosifoni delle case. Anche se l'impatto zero non esiste, come evidenziato da studi del Cnr e dell'Ispra, questi impianti sostanzialmente sono non inquinanti, ma hanno il problema degli scarti, in particolare ceneri e fumi.

Per sopperire a questa complicazione, i moderni termovalorizzatori hanno 4 livelli di filtraggio per i fumi e sistemi di trattamento e riciclo delle ceneri molto avanzati. Anche per questo tutte le analisi epidemiologiche recenti condotte intorno agli impianti moderni non hanno evidenziato un aumento di patologie. Nel paesi del Nord Europa i termovalorizzatori sorgono in mezzo alle città. La combustione tuttavia produce CO2 e contribuisce all'effetto serra.