Coronavirus, un operatore sanitario: foto generica (Ansa)
Coronavirus, un operatore sanitario: foto generica (Ansa)

Bergamo, 26 maggio 2020 - Lo sfracello è finito. Quando la città di Bergamo era nell’occhio del ciclone Coronavirus un medico di Sondrio, Andrea Gianatti, 55 anni, laurea a Pavia, responsabile dell’Anatomia patologica dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, avviava le prime indagini sui Covid, in obitorio. È sceso all’inferno con i suoi per un’impresa eroica. Ha studiato un centinaio di cadaveri, descrivendo quei fenomeni trombotici nelle arterie dei polmoni che hanno poi permesso ai clinici di fermare la strage. Anticoagulanti e antinfiammatori (eparina e cortisone) somministrati al momento giusto alle dosi ottimali, hanno invertito le sorti della guerra. Gianatti era sulla linea del Piave. Oggi gli sviluppi dell’indagine sono seguiti con interesse in tutto il mondo, l’Italia ha fatto scuola.

Dottor Gianatti, finiti i nuovi arrivi in terapia intensiva?
"Effettivamente i riscontri diagnostici legati alla pandemia sono in esaurimento. Gli ultimi decessi si riferiscono a una coda di lungodegenti della rianimazione".

Che cosa ha potuto osservare finora?
"L’organo maggiormente coinvolto è il polmone, proprio perché il virus, per caratteristiche biologiche sue proprie, restituisce dati istologici di alterazione cui corrispondono i quadri di insufficienza respiratoria acuta, frequente causa del decesso. Oltre ai polmoni il virus si accanisce sul cuore, nei soggetti cardiopatici. La tendenza alla tromboembolia è stata documentata da grosse ostruzioni dell’arteria polmonare, piccole occlusioni disseminate in vene e arterie periferiche. Questo virus colpisce anche fegato e rene, in maniera meno rilevante. Come causa di morte nei Covid abbiamo trovato trombi estesi anche a livello della sezione destra del cuore".

Come vi siete avvicinati alla cura?
"Questa è stata la parte più coinvolgente, in seguito all’esplosione della pandemia ci siamo resi conto che mancava qualche tassello. Ai primi di marzo si è deciso di studiare l’anatomia patologica, confrontandosi poi in riunioni collegiali tra specialisti di tutte le estrazioni durante il picco tra marzo e aprile. Da qui è partita l’idea di intervenire sulla coagulazione a livello empirico, con eparina, dopo aver visto il quadro tromboembolico, e usare il cortisone nella virata infiammatoria vascolare".

Vi siete confrontati con ospedali di altre città?
"Siamo partiti quasi all’unisono con i colleghi dell’ospedale Sacco di Milano, in modo da riunire i dati delle prime autopsie, stiamo aspettando l’ok alla pubblicazione da parte di ’The Lancet’, primo autore Luca Carsana, ma i dati sono già consultabili on line".

Esaminando tutti quei reperti infetti avete salvato la vita a un numero incalcolabile di persone, e dato un colpo di grazia all’epidemia. Chi ve l’ha fatto fare di rischiare la pelle?
"Dovevi essere a Bergamo in quel periodo, sembravamo sotto un uragano. Era decisivo capire perché si instaura questa tempesta di citochine. Gli ecografi faticano a visualizzare certe piccole lesioni,che sono visibili solo al microscopio, e il compito toccava a noi".

Si è esaurita la casistica da studiare?
"Di fatto sì, l’afflusso in camera mortuaria si è ridotto tantissimo".

Le vittime di questi giorni sono degenti che avevano riportato danni permanenti nei mesi scorsi. Che cosa abbiamo davanti?
"L’epidemia dal punto di vista dell’anatomopatologo è sotto controllo, meglio cosi. Abbiamo avuto quadri istologicamente molto differenti. La malattia mantiene le sue caratteristiche, ma ora di casi gravi non ne vediamo più".

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