Lunedì 17 Giugno 2024

Chi è Baris Boyun, il boss della mafia turca arrestato a Viterbo. L’attentato per minacciare Erdogan

Nel 2022 Ankara aveva chiesto l’estradizione, ma la Corte d’appello di Bologna l’aveva negato. Secondo la polizia turca, avrebbe commesso 19 omicidi (riusciti e tentati). A marzo subì un attentato a Crotone. Le intercettazioni: ecco cosa hanno scoperto gli investigatori italiani

L'arresto della polizia a Viterbo e il ritratto del boss turco Baris Boyun

L'arresto della polizia a Viterbo e il ritratto del boss turco Baris Boyun

Roma, 22 maggio 2024 – È stata una microspia inserita nel braccialetto elettronico ad incastrare Baris Boyun, il presunto boss della mafia turca arrestato questa mattina a Viterbo. Il 39enne – chiamato dal suo clan “il fratello maggiore” – è il “capo” di una “banda armata” turca attiva in Italia e in Europa. Con lui, sono finiti in manette altre 18 persone, tutti residenti tra Italia, Svizzera, Germania e Turchia.

Boyun stava programmando un “attentato” terroristico una fabbrica “di alluminio” in Turchia, a farsi esplodere sarebbe stato un “kamikaze”. Con la casa piena zeppa di ‘cimici’ – con cui la polizia italiana lo ‘ascoltava’ 24 ore su 24 – il piano terroristico è stato intercettato e subito sventato grazie “all'intervento della polizia turca”, allertata dagli investigatori italiani. “Dammi una settimana di tempo, sto facendo grandi preparatorie: tutta la Turchia ne parlerà”, aveva detto Boyun ai suoi.

Chi è Baris Boyun

Di origine curda, Baris Boyun è un membro del Pkk, partito malvisto dal governo di Erdogan. E con l'attentato Boyun voleva mandare un messaggio forte ai suoi avversari politici. A marzo subì un attentato a Crotone

Nel 2022, la Turchia aveva presentato una richiesta di estradizione per Baris Boyun, 39 anni, già ritenuto personaggio ad alto rischio. Secondo la polizia di Ankara, infatti, sarebbe l’autore di 19 omicidi e tentati omicidi in patria tra il 2019-2020.

Due anni fa era stato fermato a Rimini, dove era di passaggio, su mandato di cattura internazionale. Sette mesi di carcere, dall’agosto 2022 al 21 marzo 2023, poi la Corte di Appello di Bologna aveva negato l’estradizione chiesta da Ankara per la mancanza di garanzie sui diritti umani nelle carceri turche.

All'epoca dei fatti Boyul risultava "indagato nell'ambito di un procedimento penale pendente in Turchia nel quale era chiamato a rispondere dei reati di omicidio, lesioni personali, minacce, partecipazione a un'associazione per delinquere e violazione della disciplina sulle armi".

Cosa ha scoperto la polizia

Poi è stato arrestato a Milano e, ancora, fermato con la sua ‘scorta’ armata su un’auto al confine con la Svizzera. A quel punto sono iniziate le indagini sul boss turco, così da portare la procura di Milano all’arresto di oggi.

“L'incessante numero di telefonate di Boyun consente di seguire praticamente in diretta i preparativi dell'attentato”, ha scritto il gip nel mandato di cattura.

L’ordine: “Radete al suolo quella fabbrica”

Dalla “costituzione del gruppo di fuoco” ai “sopralluoghi alla fabbrica attraverso il drone”, fino all'ipotesi della “bomba umana”, ovvero un kamikaze pronto a farsi esplodere all’interno della fabbrica. Dettagli inquietanti, quelli intercettati dalle microspie installate nella sua abitazione, che hanno fatto alzare l’allerta tra gli inquirenti. Lo scorso marzo, il 39enne diceva: “Siete pronti, ragazzi? Buona fortuna in battaglia! Radete al suolo quella fabbrica”.

I motivi dell’attentato 

"L'obiettivo diretto dell'attentato  alla fabbrica di alluminio – spiega il gip nell'ordinanza – era proprio il Saral, ma l'intenzione del Boyun e dei suoi uomini era di interferire con lo status quo esistente Turchia”.

Boyun voleva “scalzare il gruppo attualmente al potere, che corrompe lo Stato e lo considera come un criminale di quarta categoria”. E proprio per “dimostrare la propria potenza al potere politico turco, per Boyun è indifferente che si riesca davvero ad uccidere il rivale o meno. ‘Se questo affare non avesse successo, credimi faremo puntare su di loro”, diceva intercettato”.