Una scena di Otello
Una scena di Otello

Macerata, 20 luglio 2016  _ Un Otello antieroe, dal successo ormai appannato, in crisi con Desdemona per la differenza d’età, stato sociale e provenienza etnica.  Fragilità che diventano i punti di forza di Jago. E’ lui l’autentico direttore di scena, colui che controlla tutti gli elementi per metterli al servizio dei suoi piani. La gelosia c’è, innegabile, ma non è la leva delle azioni di Otello. E' la lettura di Paco Azorìn, regista spagnolo che con le sue 250 produzioni ha affrontato il teatro d’opera, di prosa, zarzuela e danza. L'opera di Giuseppe Verdi inaugurerà con questo allestimento il Macerata Opera Festival il 22 luglio. Otello sarà diretto da Riccardo Frizza, fresco di trionfo all'Opera di Roma con Linda di Chamonix. Frizza torna così a collaborare con Azorìn con il quale ha firmato l'Otello del festival di Peralada. Nel ruolo del protagonista, il tenore Stuart Neill, e in quello di Desdemona, Jessica Nuccio. Il ruolo chiave di Jago spetta a Roberto Frontali.

“Proiettiamo le acque mediterranee all’inizio e alla fine di ogni atto _ spiega il regista _  ed è proprio alla fine del quarto atto che il Mediterraneo diventa calmo e unisce tutti. Lì sono morti Desdemona e Otello, e proprio in una barca funeraria saranno deposte le salme dei due protagonisti: secondo i riti funebri vichinghi che, appunto, deponevano i morti nelle barche. L’attualità del nostro Otello sta poi nel fatto che il protagonista viene da un Paese lontano e non viene accettato per cultura e tratti somatici diversi”. 

Qual è il suo metodo di lavoro?

Limpia, fija y da esplendor, ovvero fissare, pulire e dare splendore. Mi piace ripulire, eliminare le cose strettamente decorative. Via gli orpelli”

Lei affronta anche altri generi, quale fascino trova in ognuno di essi?

“Posso dire cosa mi manca quando li affronto. Con la prosa sento che mi manca la musica, e quando faccio l’opera ho nostalgia della parola detta. Quanto alla danza, ammetto di averla sì affrontata, ma in misura minore. Per me il palcoscenico è lo spazio del gioco. Arrivi sul palco, c’è una sedia e giochi a trasformarla nel trono di Re Lear. Giusto un esempio”.

C'è stato un uno o più registi del suo paese da cui ha tratto ispirazione?

“Per la verità, in Spagna manca la generazione di mezzo. Ci sono i trentenni come me e poi si salta ai settantenni. Per questo non ci sentiamo i figli, ma i nipoti. Proveniamo quasi tutti dal teatro di prosa, lavoriamo coi cantanti come se fossero attori, i miei studi musicali mi aiutano comunque a capire le esigenze di un cantante rispetto a quelle di un attore puro".

E la scuola dei settantenni quali indicazioni ha lasciato?

"Le produzioni del passato erano visivamente belle, talvolta bellissime,  però i personaggi talvolta erano un po’ piatti. L’ultima generazione di registi cerca di ricavare la tridimensionalità dei personaggi, le sfumature, le mezze tinte, con la consapevolezza che non si può distinguere nettamente fra buoni e cattivi, audaci e ignavi. La divisione non è mai così netta e chiara”.