Lunedì 20 Maggio 2024

Un patto per la natura Da Ecogest una ricetta "di strada"

Migration

BENE L’IMPEGNO SUL PIANO etico, benissimo una presa di coscienza collettiva sulla gravità della situazione. Ma per incidere in modo proficuo e costruttivo serve che a operare per il cambiamento siano istituzioni e imprese insieme. "Fuori, però, da logiche puramente emergenziali o di tipo elettoralistico: le soluzioni a problemi complessi come quelli legati al cambiamento climatico e al suo impatto sulle infrastrutture impongono che politici e pubblici amministratori dialoghino su basi scientifiche con esperti e addetti ai lavori", puntualizza Valerio Molinari, azionista di riferimento di Ecogest Spa e promotore del "Patto per la natura" inviato alle forze politiche attualmente impegnate nella campagna elettorale. Ecogest, storica azienda di Cotignola (Ravenna), da sessant’anni leader in Italia nella manutenzione del verde stradale e autostradale, dopo il recente e forte sviluppo sui mercati esteri ha deciso, annuncia Molinari, "di giocare un ruolo da protagonista nella valutazione e nell’elaborazione di fondamentali scenari scientifici e operativi per porre argine alle devastanti conseguenze del cambiamento climatico".

Impresa titanica, oltre che nobile. Con quali prospettive?

"Nel 2015 abbiamo allargato in vari paesi esteri le nostre attività, già presenti in oltre 6.300 chilometri di rete su incarico della quasi totalità delle concessionarie autostradali italiane e, per conto dell’Anas, sulle strade di Campania; Valle d’Aosta, Piemonte e Veneto, oltre che nel quadrante est europeo. L’approdo in Turchia, Polonia, Romania, Francia e, da un anno, in Nord America, ci ha permesso di confrontare il modello italiano di gestione del verde con quello di altre realtà. Molto più attente a commisurare la tipologia degli interventi con la reale situazione climatica del territorio. Curare l’erba per dare un’immagine di ordine non basta. Serve che la manutenzione rispetti, più che la vecchia evoluzione stagionale, le reali e contingenti situazioni tipiche di ogni territorio. Per impedire, per esempio, che le aree verdi nelle estati di caldo torrido e siccità possano alimentare il rischio di incendi o che in inverno, con la neve e il vento, gli alberi possano diventare pericolosi. Non tenere conto del cambiamento climatico nella gestione del territorio continua a esporre l’Italia al rischio di danni gravissimi a fronte di allagamenti, alluvioni e altri fenomeni. Non è tanto un problema di fondi, quanto di approccio culturale. Ed è di questo che, come impresa specializzata in questo settore, vorremmo parlare con le istituzioni".

Per dire cosa?

"Per cominciare, che il mondo delle infrastrutture di trasporto deve rivedere il ruolo dell’ambiente e considerarlo elemento integrante di ogni singola infrastruttura".

E invece?

"In Italia abbiamo accordi per interventi a programmazione stagionale regolati da un discpliare tecnico. Un documento che non può tener conto del cambiamento climatico. Se parliamo di manutenzione del verde, questa non può ridursi alla cura del manto erboso; non può prescindere dal corredo di piante, alberi, cespugli. Nè, tantomeno, delle variazioni dovute agli agenti atmosferici e a una situazione climatica che non permette più la semplice programmazione di inteventi su base stagionale".

La soluzione?

"Attraverso la nostra holding, Greenway Group, abbiamo istituito un centro studi per monitorare gli impatti che il riscaldamento del pianeta sta avendo sull’ambiente che ci circonda. Abbiamo favorito lo sviluppo di un software predittivo, in fase di sperimentazione, che studia il giusto grado di resilienza delle infrastrutture. Raccoglie ed elabora i dati sul clima e calcola l’impatto su strade, autostrade, ponti, aree verdi. Dai dati si ricavano progetti di revisione per scongiurare situazioni di pericolo e per misurare il livello di resilienza della singola infrastruttura rispetto agli effetti del cambiamento climatico".

A che punto è la sperimentazione?

"Il software, che abbiamo chiamato Kassandra, è stato già acquisito dal Consorzio autostrade Veneto che ne ricaverà uno studio per la messa a punto di soluzioni innovative. Lo stiamo presentando anche alle altre società autostradali. Ci occupiamo di censire specie infestanti vegetali resistenti ai trattamenti con prodotti fitosanitari e a un numero limitato di tagli e di studiare i parametri antropometrici e di vivibilità ambientale, proponendo soluzioni concrete e immediatamente attuabili".

Ha citato la holding. Il suo ruolo, dopo un nuovo aumento di capitale, è stato ridefinito. Le vostre strategie?

"L’intenzione, con mia moglie Michela Nanni, Ceo dell’azienda, e con mio figlio Tommaso, che da qualche mese è nel cda, è di continuare l’internazionalizzazione. Ecogest è la prima impresa in Italia nel settore della manutenzione del verde stradale e fra le prime dieci in Europa. Il 99 per cento del fatturato è concentrato su quest’attività. Gli utili sono preinvestiti per cinque anni in ricerca e sviluppo".

Che quota riservate alla ricerca?

"Circa l’8 per cento dei ricavi, per un totale di un milione di euro all’anno. Il fatturato è di 13 milioni; 220 i dipendenti fra sedi e cantieri distribuiti in 14 regioni italiane e in quattro paesi stranieri".

Difficile stare sui mercati esteri?

"Dipende dal coraggio che si ha. Lo dico da imprenditore: bisogna guardare oltre il recinto, studiare il mercato e il sistema-paese che si vuole aggredire. All’inizio, per noi, affermarsi è stato difficile. Ma in tutti i paesi in cui siamo sbarcati all’inizio abbiamo lavorato al traino dei grandi player italiani e stranieri riuscendo poi a renderci autonomi. Esportare know how è per noi motivo di grande soddisfazione".

Vede possibili nuove opportunità legate alla transizione ecologica?

"Una soprattutto: le gestione dei territori boschivi, oggi in gran parte trascurati. Noi siamo pronti a investire e ad assumere, a fronte però di politiche certe. Le gestione del territorio e quella delle infrastrutture sono fortemente connesse".