Sabato 25 Maggio 2024

Rapporto sull’Economia Circolare: aree di miglioramento per l’Italia

Obiettivi / Tra i problemi da affrontare, lo sviluppo della simbiosi industriale con un Programma Nazionale dedicato e la riduzione del consumo di suolo

Un esempio di riciclaggio di plastica e vetro

Un esempio di riciclaggio di plastica e vetro

Presentato il IV Rapporto Nazionale sull’Economia Circolare, patrocinato dal Ministero della Transizione Ecologica e dalla Commissione Europea e finanziato dal CEN (Circular Economy Network), una rete composta da Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, aziende, associazioni di impresa ed Enea. L’Italia è prima in Europa, ma il rapporto evidenzia alcune aree di miglioramento sulle quali intervenire quest’anno, con l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Piano il cui obiettivo è il riciclo, il recupero e la riduzione d’uso delle materie prime. Un’altra sfida per il Belpaese è l’implementazione della simbiosi industriale, ovvero la capacità di trasformare i prodotti di scarto di un’impresa in risorse per un’altra utilizzando un Programma Nazionale per la Simbiosi Industriale, già presente in altri Paesi, che possa garantire tracciabilità e contabilità delle risorse scambiate. Il vantaggio economico derivante dalla simbiosi industriale è stimato tra i 7 e i 13 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti oltre 70 miliardi per costi di discarica evitati. Un altro problema che emerge dal rapporto è il consumo di suolo in Italia, la cui percentuale risulta tra le più alte (7,1%). Solo la Germania supera il Belpaese con il suo 7,6%, mentre la Francia, la Spagna e la Polonia si sono dimostrate più virtuose, con percentuali del 5,6, 3,7 e 3,6. Altri nodi dolenti: dal 2010 nello Stivale hanno chiuso i battenti quasi 5.000 aziende impegnate nella riparazione dei beni elettronici e personali (nel 2019 erano 23.000) e anche l’ecoinnovazione va a rilento (nel 2021 l’Italia si è classificata tredicesima per gli investimenti nel settore). Aziende Necessaria la transizione ecologica delle pmi italiane Sono sette gli indicatori chiave dell’economia circolare: riciclo complessivo dei rifiuti, tasso di utilizzo di materia proveniente da riciclo, produttività delle risorse, rapporto tra produzione di rifiuti e consumo di materiali, energia da fonti rinnovabili, riparazione, numero di imprese, fatturato e occupati e consumo di suolo. Alcuni di questi indicatori adesso sono diventati la mission di molte imprese che hanno deciso di fare scelte sostenibili puntando e investendo sul green. Si tratta, però, nella maggior parte dei casi, di grandi società, e non di piccole e medie imprese che formano il tessuto imprenditoriale italiano. Il prossimo passo sarà quello di sviluppare una rete di soggetti e di adottare una leva economica e fiscale per favorire la loro transizione ecologica, a partire dalla riconversione della produzione. Altro nodo da sciogliere, il ruolo della finanza nella transizione circolare. Luca Del Fabbro, Managing Partner del Fondo Italiano per la decarbonizzazione ed economia circolare, ha dichiarato che “stiamo vedendo quanto il covid prima, e la guerra, poi, abbiano determinato una grossa crisi sugli approvvigionamenti energetici e sulle materie prime. Abbiamo notato negli ultimi due anni una rivoluzione: esistono sei mila fondi che gestiscono 2,7 trilioni di dollari per investimenti sulla transizione ecologica. Il problema è che solo il 3% di questi fondi misura gli impatti sociali, economici e di governance degli investimenti. Dati: l’Italia al primo posto in Europa per il riciclo di rifiuti urbani e industriali Classifica /Nel Belpaese la percentuale del riciclo tocca la quota del 68% Il IV Rapporto Nazionale sull’Economia Circolare indica le performance, naturalmente in termini di economia circolare, di Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna, le cinque economie europee più importanti. I cugini d’Oltralpe usano 8,1 tonnellate di materia per abitante, i tedeschi 13,4, gli italiani 7,4, i polacchi 17,5 e gli spagnoli 10,3. Lo studio evidenzia anche una flessione dei dati globali, con un tasso di riutilizzo pari solamente al 3%, a fronte di un aumento dei consumi dell’8%. In pratica, il tasso di circolarità scende dal 9,1% all’8,6% tra il 2018 e il 2020. Purtroppo la ripresa della pandemia ha causato il consumo di materia, e anche l’Italia non è stata in grado di separare crescita economica e utilizzo di risorse. Ma un indicatore che emerge dal rapporto, relativo a quanto la materia riciclata risponda alla domanda di materia, fa ben sperare. Se nel 2020, infatti, il tasso di utilizzo di materia proveniente da riciclo è stato del 12,8% nell’Unione Europea, l’Italia supera questo dato toccando quota 21,6%, al secondo posto dopo la Francia (22,2%). In pratica, nel 2020, in Europa sono stati generati 2,1 euro di Pil per ogni chilo di risorse consumate, che nel Belpaese salgono a 3,5 euro a parità di potere d’acquisto, cifra che corrisponde a una produttività delle risorse pari al 60% in più rispetto al resto d’Europa. Ma l’Italia si dimostra virtuosa anche in tema di rifiuti: la percentuale del riciclo, pari al 68%, risulta la più alta del Vecchio Continente, dato che sale al 75% per quanto riguarda quelli industriali, mentre per quelli urbani la cifra è pari al 54,4%, comunque sopra la media europea del 47,8. Il Belpaese è terzo, dopo Germania e Francia, anche per la media dei rifiuti in discarica, al di sotto di quella del 22,8% nel resto d’Europa. Nel IV Rapporto Nazionale sull’Economia Circolare sono stati utilizzati gli indicatori provenienti dalla Carta di Bellagio, uno strumento di valutazione europeo per misurare l’economia circolare. Il percorso Crescita ecovirtuosa, una sfida aperta Ora, più che mai, c’è urgente bisogno di un nuovo modello di economia, quella circolare. Purtroppo l’obiettivo del disaccoppiamento, ovvero la dissociazione tra il concetto di prosperità economica e il consumo di risorse ed energia (come, per esempio, l’emissione di gas serra), non è stato ancora raggiunto. Una crescita senza l’aumento di danni ambientali è una sfida ancora aperta per realizzare uno sviluppo pienamente sostenibile. Occorre, inoltre, tenere conto dell’aumento del costo delle materie prime importate, causato dalla crisi climatica, che diminuisce la capacità degli ecosistemi di offrire risorse aumentando alcuni bisogni, dalla pandemia, che ha provocato un forte stop all’economia mondiale, dall’aumento della domanda e dall’invasione dell’Ucraina, conflitto che ha fatto emergere la fragilità energetica del Vecchio Continente. E qui entra di nuovo in gioco il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con risorse pari a 2,1 miliardi di euro della Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica) Componente 1 (Economia Circolare e Agricoltura Sostenibile). Il 2022, inoltre, segnerà l’entrata in vigore della Strategia Nazionale sull’Economia Circolare, un nuovo strumento nato per dare un contributo ulteriore al dibattito su questo tema.