Roma, 16 maggio 2018 - "Ormai siamo al dunque: o si trova accordo o è il voto". Matteo Salvini, alla fine di un ultimo, forse definitivo incontro con Luigi Di Maio, cerca di tranquillizzare gli elettori sull’andamento delle trattative: «Lavoro per vedere fino all’ultimo se ci sarà la possibilità di trasformare in fatti i nostri programmi. Se non si trovasse la quadra ve lo diremo». Sulla stessa linea il leader 5 stelle: «Il punto nevralgico è il contratto. Lì ci sono alcune cose da chiarire» e «se c’è accordo su quello, il governo si fa». 

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Il capo dello Stato Sergio Mattarella (Imagoeconomica)

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Così, in chiaro, i due principali attori di questa trattativa che, nella realtà, procede a strappi. Malgrado la tranquillità ostentata dai protagonisti, il governo Lega -M5S non è affatto scontato. 
Il punto critico per eccellenza resta il rapporto con l’Ue. La Lega insiste per la revisione dei trattati europei, in particolare, come svelava ieri pomeriggio alla Camera il leghista Claudio Borghi, «va totalmente rivisto il fiscal compact perché sennò dove li troviamo i soldi da dare alla gente, alle imprese?» Nella serata di ieri, poi, è stata diffusa dall’Huffington Post una bozza delle 39 pagine dell’accordo dove si parlava con chiarezza di uscire dall’euro, «togliere le sanzioni a Putin», chiedere a Draghi «di cancellare 250 miliardi di debito italiano» e creare una «camera di compensazione» delle controversie tra le parti ‘parallela’ al Consiglio dei ministri, chiamato comitato di conciliazione. Il nuovo organismo sarebbe composto dal Presidente del Consiglio, dal capo politico di M5S e dal segretario federale della Lega; i capigruppo di Camera e Senato delle due forze politiche e il ministro competente per materia. Obiettivo: dirimere conflitti e prendere decisioni di fronte a calamità naturali, crisi internazionali etc... 
Misure choc che sono poi state smentite dalle parti: «È una bozza vecchia». Con Salvini che ha rassicurato: «Non usciremo dall’euro», ma che hanno creato ulteriore tensione. D’altra parte, la rottura – che ieri sera è stata evitata grazie ad un Di Maio estremamente conciliante sulle richieste della Lega in sull’Europa – non è però del tutto scongiurata. 

Le parti si rivedranno questa mattina per eliminare i nodi ancora in essere, ovvero l’immigrazione, la sicurezza, le grandi opere, la giustizia e, in ultimo, proprio l’Europa perché il diktat di Salvini è chiaro: «Bisogna andare in Europa con onore, forza, fermezza e dignità». Se, però, alla fine, questa «quadra» non si riuscisse a trovare, allora Salvini si è detto pronto, con Di Maio, a farsi carico della sconfitta: «Sarà una scelta presa da entrambi, è chiaro che non possiamo andare a Bruxelles con un governo che rappresenti due idee lontane». 
«È un momento per i coraggiosi, non per i paurosi», ha fatto eco Di Maio. Un messaggio rivolto ai militanti, che sabato e domenica potranno nei gazebo visionare il contratto su cui poi esprimersi. Ma anche un’esortazione allo stesso Salvini che, secondo diverse fonti interne alla Lega, starebbe comunque valutando una sorta di exit strategy per non restare imbrigliato in un accordo che potrebbe non tornare utile politicamente.

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Il punto critico resta l’Europa. Ma a chi, come il Financial Times, ha parlato ieri di «nuovi barbari», ha replicato a muso duro il grillino: «Abbiamo attacchi continui, anche oggi da qualche eurocrate». 
Si riprende a trattare questa mattina, tra mille incognite, tra cui quella che riguarda la gestione delle prossime 350 nomine in scadenza a fine giugno nelle partecipate dello Stato, nella Cassa depositi e prestiti e in altri ambiti, il reticolo del potere nel ‘sistema Italia’, poltrone forse più ambite dalle parti di quelle del prossimo, futuribile esecutivo giallo-verde. L’obiettivo dichiarato è di chiudere entro domani, poi parleranno i militanti e «solo dopo faremo i nomi», ha giurato ancora Salvini. 

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