Roma, 15 maggio 2018 - L'accordo non c’è. E nemmeno c’è il nome del premier del governo giallo-verde. Quello a cui M5S accenna fa storcere il naso alla Lega che aveva in tasca un altro identikit, e comunque nessuno dei due candidati avrebbe il ‘profilo istituzionale’ necessario in questo caso. Da ciò che si capisce del programma i buchi, soprattutto in materia di conti pubblici, sono clamorosi. E tuttavia, il capo dello Stato, per quanto irritato, non ha intenzione di concedere alibi ai due interlocutori: non vuole, cioè, che la responsabilità di un’eventuale rottura possa essere addebitata a lui. Perciò dà qualche giorno in più. Fermo restando, però, che se la trattativa dovesse, per un motivo o per l’altro, fallire tornerebbe fuori dal cassetto il governo ‘neutro’. Consumato anche questo terzo e ultimo tentativo tra 5 Stelle e leghisti, a quel punto – si ragiona sul Colle – sarebbe molto più complicato bocciare un esecutivo che nascerebbe con l’obiettivo principale di fare la manovra economica, sterilizzando l’aumento dell’Iva. Una proroga di una settimana, tra l’altro, risolve il problema del voto in estate perché chiude definitivamente la finestra di luglio, dato che tra scioglimento delle Camere e apertura delle urne devono passare almeno due mesi.

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Che si rischi lo strappo è evidente, e diventa chiaro a tutti gli italiano quando Salvini, lasciando lo Studio alla Vetrata, sottolinea punto per punto ciò che lo divide dal partner pentastellato, tanto che inizia a circolare la voce che Matteo potrebbe ripensarci. Ma tanto lui quanto Di Maio, nei colloqui sul Colle, insistono nel volerci provare e Mattarella dà loro tempo – malgrado siano trascorsi 72 giorni dal voto – per evitare che qualcuno lo possa accusare di aver interrotto il grande sogno di un governo politico "del cambiamento".

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Naturalmente, non attenderà all’infinito: in fin dei conti, è la terza volta che i due leader gli chiedono di azzerare il timer. E a fine giugno ci sarà un consiglio europeo in cui verranno discussi temi fondamentali per il Paese per cui è necessario che si presenti un governo nel pieno delle sue funzioni. Al più tardi la prossima settimana un nome, all’altezzza della situazione, Di Maio e Salvini lo devono portare.

Non è un’impuntatura formale: in atto c’è un sovvertimento delle procedure fin qui seguite. Ad esempio, sul programma: tradizionalmente, ne parlava il premier incaricato con la sua maggioranza. Ora invece non solo viene contrattato dai leader dei partiti, ma pure sottoposto a un doppio sondaggio con le rispettive basi elettorali. Eppure, il capo dello Stato nemmeno entra in questo campo: non è il momento di formalizzarsi davanti a sgrammaticature istituzionali. Anche perché l’approccio di Mattarella un effetto l’ha prodotto: mostrare all’opinione pubblica la capacità di partiti e leader di chiudere un accordo senza perdersi in chiacchiere. Ragion per cui, ancora una volta, il Presidente sceglie di muoversi con la massima cautela, concedendo tempo. Non tutto il tempo del mondo: quello necessario a capire se i due vincitori delle elezioni del 4 marzo fanno sul serio oppure no.