Sabato 20 Aprile 2024

Dal 1944 ai social: il linciaggio dell’innocente

Il libro di Walter Veltroni su Donato Carretta, ucciso dalla folla che lo scambia per il questore che collaborò all’eccidio delle Fosse Ardeatine

Donato Carretta è un signore non molto alto, 162 centimetri appena, tarchiato, con i capelli impomatati di brillantina. Ha 53 anni, quando la mattina del 18 settembre del 1944 deve testimoniare al processo contro Pietro Caruso, ex questore di Roma, accusato (assieme al suo segretario Roberto Occhetto) di aver compilato la lista degli uomini destinati all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Quel giorno Carretta (che è stato il direttore del carcere di Regina Coeli) da testimone – era lì per confermare le responsabilità di Caruso, così come aveva fatto nella deposizione di un mese prima (7 agosto) – nel giro di pochi istanti diventa imputato per la "ronda della rabbia" che è lì fuori per seguire il processo e che poi finirà con il linciarlo. Il suo corpo viene appeso per i piedi, fuori dal tribunale.

Walter Veltroni, attraverso il romanzo La condanna, ci riporta a quei giorni (Veltroni presenterà il volume domani a Milano, alle ore 18.30 alla libreria Rizzoli di Galleria Vittorio Emanuele II, in dialogo con Mario Calabresi, Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera e Agnese Pini, direttrice di Qn-il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). La condanna di Carretta, senza processo in una gogna che parte da un indice puntato contro di lui, poi da uno schiaffo e infine da una serie infinita di violenze sul suo corpo, è sommaria. Carretta, inizialmente, viene scambiato per l’ex questore Caruso. Ma l’onda violenta del popolo non viene fermata. Ci provano a contrapporsi a questa furia cieca due persone: Giambattista Vescovo, tenente dei carabinieri, e Angelo Salvatori, conducente di tram, l’uomo che ha in mano una manovella e la tessera del Pci. Ma invano.

A riportare alla luce, attraverso il romanzo di Veltroni, questa vicenda è Giovanni, 24 anni, giovane giornalista mentre l’autorevolezza della carta (e dei giornali) prova a essere messa in discussione dalla rivoluzione digitale. Giovanni viene incaricato di fare una ricerca su Carretta. E il doppio binario analogico-digitale ci accompagna per buona parte del romanzo. Non basta una ricerca su Google per trovare, scoprire chi era Donato Carretta. Tanto che, inizialmente, Giovanni imbocca la strada sbagliata e lavora su un altro caso Carretta: quello che sconvolse l’Italia alla fine degli anni ’80. Solo un rigoroso metodo di ricerca, di confronto tra le diverse fonti porterà il giornalista a rivivere e far rivivere quei giorni.

Domenica prossima, tra l’altro, saranno ottant’anni esatti dall’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il passato – attraverso la memoria, un culto doveroso – permette di avere uno sguardo più lucido anche sul presente e soprattutto su questi tempi in rapidissimo cambiamento. Quel giorno, il 18 setttembre del 1944, davanti alla folla inferocita e ignara di chi fosse realmente Donato Carretta, il capro espiatorio era l’ex direttore del carcere di Regina Coeli, scambiato per l’ex questore che invece sì collaborò fattivamente con il comandante nazista Herbert Kappler. Gogna e capro espiatorio: elementi di drammi (ma talvolta anche di tragedie) che sempre più spesso vediamo ora correre su binari considerati (solo formalmente) virtuali come i social e la Rete più in generale, ma non meno preoccupanti delle aggressioni fisiche e verbali del mondo reale.

Nel libro Giovanni si chiede: chi era davvero Donato Carretta? E si dà questa risposta che è carica di qualche dubbio, ma getta inevitabilmente uno sguardo sull’equilibrio con cui dovremmo sempre guardare ai fatti: "Se era un fascista doveva essere processato, se era un antifascista andava rispettato, se era un po’ e un po’ non era diverso da quelli che lo linciavano. E allora perché hanno impiccato uno come loro?".

La domanda non è retorica. E nel libro viene chiamato in causa anche Luchino Visconti che era lì a filmare il processo, ma che evitò di inserire le immagini del linciaggio nel girato che finirà poi in Giorni di gloria (1945). "Non lo montammo – disse Giuseppe De Santis, maestro del neorealismo che collaborò con Visconti a Giorni di gloria – per amore patrio. Ci sembrava che far vedere in quel momento un furore così terribile, drammatico, tragico del popolo romano contro l’ex direttore di Regina Coeli fosse eccessivo". E invece sarebbe servito per far capire che cosa accadde quel giorno contro un innocente preso di mira da una folla inferocita.

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