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Calici di fede: i vini d’abbazia in Italia

Viaggio nei luoghi sacri dove la cultura della vigna ha origini antiche ed è ben radicata. Tradizioni secolari recuperate danno vita a produzioni d'eccellenza, sotto la supervisione dell’abate superiore o del priore

Solitamente vengono associate alle birre, le celebri trappiste belghe e del Nord Europa. Da noi sono note per la tradizione officinale, quindi al massimo per qualche amaro dalle erbe particolari. Eppure in alcune abbazie si produce anche il vino, con risultati più che lusinghieri. In Italia la cultura della vigna nei complessi monastici è poco diffusa ma dove è presente, ha origini antiche ed è ben radicata. Tradizioni secolari recuperate e attualizzate, affidate a professionisti del settore, per dare vita a produzioni che seguono a tutti gli effetti le regole aziendali, ma sempre sotto la supervisione dell’abate superiore o del priore.

Gli esempi più significativi e numericamente importanti si trovano in Alto Adige, in due distinte parrocchie (nel senso letterale del termine, praticamente). Una sta alle porte di Bressanone, è un’abbazia agostiniana e ha una forte impronta bianchista; l’altra è in un rione di Bolzano, appartiene all’ordine benedettino e orienta la produzione sui rossi. La prima è l’Abbazia di Novacella, senza dubbio la più conosciuta e strutturata d’Italia a livello enologico, al punto che probabilmente è nota più per il vino che per il complesso religioso. Si trova appunto a Novacella, frazione del Comune di Varna, in quella Valle Isarco che è una delle terre elette dei grandi bianchi d’Alto Adige. La produzione è paragonabile a quella di una cantina di dimensioni medio-grandi: 850mila bottiglie l’anno, due linee di prodotti (la Classica e la Praepositus, quella di punta), cui si aggiungono vini sperimentali prodotti in tirature limitate (circa 1.000- 1.550 bottiglie), come gli orange wine o quelli affinati in anfora. “A livello fiscale e di gestione siamo una cantina privata a tutti gli effetti – spiega Werner Waldboth, direttore vendite di Nocavella – ma a supervisionare tutto e prendere le decisioni finali è l’abate. Abbiamo 26 ettari di proprietà più altri 61 in mano a una cooperativa di contadini che ci fornisce l’uva. Vantiamo un’ampia gamma di vini e gran parte della produzione è dedicata ai bianchi, in particolare il Sylvaner che è il vitigno più importante e caratteristico della Valle Isarco”.

A Bolzano, nella località di Gries, l’abbazia benedettina Muri-Gries ha invece nel rosso autoctono Lagrein il focus principale. Una quarantina gli ettari a conduzione diretta, che salgono a 60 grazie anche qui agli accordi coi contadini locali, per una produzione annuale di circa 600mila bottiglie. Oltre al prediletto Lagrein, Muri-Gries vanta diverse produzioni minori tra le quali spicca quella del Moscato Rosa, raro e nobile vitigno ideale accompagnamento di molti dessert.

Restando in area benedettina, ma spostandosi in Veneto, da una decina d’anni la padovana Abbazia di Praglia ha messo in piedi una produzione di tutto rispetto. Dagli 11 ettari di vigneti nascono vini dai nomi altisonanti, come i bianchi Clautrum e Sollemnis o i rossi Decanus e Torculus. Particolarmente significativo lo spumante Domnus Abbas. “Siamo gli unici benedettini in Italia a produrre un Metodo Classico – rivendica padre Stefano Visintin, l’abate superiore – in ideale collegamento con Dom Pérignon, il monaco benedettino francese considerato l’inventore di questa tipologia di spumantizzazione, il cui nome è ancora oggi quello di una delle più celebri Maison di Champagne”.

Nel Centro Italia la realtà più importante è quella del monastero di Camaldoli, nell’Aretino, anche lui benedettino ma con una particolarità: i monaci indossano ancora abiti bianchi, come agli albori dell’ordine. Qui, sotto l’attenta guida del responsabile Luca Conticini, vengono prodotte circa 30mila bottiglie l’anno, più una quantità di vino sfuso o in bag-in-box catalogata come Rosso Igt Toscana. I vini in bottiglia sono invece di cinque tipologie. Si tratta di un bianco (Farnetino), tre rossi di cui uno senza solfiti aggiunti (Mausolea) e il Vinum Aureum, che definire passito è riduttivo. Affinato secondo la disciplinare del Vin Santo, dunque con 4-5 anni di invecchiamento prima della commercializzazione, non può tuttavia essere definito tale in quanto fuori dal territorio della Doc. “Mi piace chiamarlo vino da contemplazione – dice padre Alessandro Barban, priore di Camaldoli – teniamo molto alla qualità dei nostri vini, che negli ultimi anni si sono fatti conoscere e apprezzare”