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Monza ospita la mostra di Antonio Ligabue

Novanta pezzi realizzati tra gli anni Venti e il 1962

mostra monza

Monza – All’edizione 2021 dei David di Donatello il film che ha trionfato è stato ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti, il regista bolognese che ha affidato a Elio Germano (anche Orso D’Argento alla Berlinale) il ruolo da protagonista del film sulla vita del pittore Antonio Ligabue. Sette premi che hanno riportato alla ribalta questa complessa personalità che trovò il riscatto dalla solitudine e dall’emarginazione nella pittura. Un uomo, metafora perfetta della diversità che diventa valore anche se la
vulgata lo relega a matto e naif.

Un’ulteriore prova che tali appellativi sono del tutto gratuiti e infondati è la mostra ‘Antonio Ligabue. L’uomo, l’artista’ che fino al Primo Maggio ospita l’Orangerie della Villa Reale di Monza (info e prenotazioni: reggiadimonza.it) con novanta pezzi realizzati tra gli anni Venti e il 1962 quando una paresi lo costrinse a interrompere l’attività (la morte sopraggiungerà tre anni dopo). Dipinti, sculture, incisioni e disegni ritraggono natura, animali, umanità in cui il reietto riversava la sua straripante ma frustrata energia. Rifiutato già alla nascita dalla madre naturale, un’italiana emigrata a Zurigo, in Svizzera, Toni fu cresciuto da una coppia affidataria che però ben presto lo rifiutò a sua volta. Così nel 1919 si ritrovò tutto solo nel paese natale dell’uomo che aveva sposato la madre, sulle rive del Po, a Gualtieri, dove però patì fame e freddo, entrando e uscendo dall’ospedale psichiatrico di San Lazzaro. Qui iniziò a dipingere per ingannare il tempo e per gestire le sue tante ansie. Fino all’incontro che gli cambiò la vita con lo scultore Renato Marino Mazzacurati, il quale lo educò alla pittura a olio e lo convinse a dedicarsi all’arte ‘ingenua’.

La mostra antologica è curata da Sandro Parmiggiani e prodotta e organizzata da ViDi in collaborazione con il Comune di Monza e il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza. Novanta le opere, tra dipinti, sculture, disegni e incisioni ripercorrono la sua vicenda umana e creativa: la mostra propone alcuni dei dipinti considerati tra i suoi capolavori, come Caccia grossa (1929), Circo (1941-42 ca.), Tigre reale, opera realizzata nel 1941 durante il secondo ricovero dell’artista a San Lazzaro, Leopardo con serpente (1955-56), Testa di tigre (1957-58), Volpe con rapace (nibbio) 1959-60, Crocifissione (primi anni ‘60). Non mancano gli autoritratti, specchio di un disagio esistenziale e della volontà di riaffermare la propria identità: Autoritratto con cavalletto (1954-55), Autoritratto con mosche (1956-57), Autoritratto con spaventapasseri (1957-58), il dolente Autoritratto (1957). L

’esposizione si snoda attraverso i due poli principali lungo i quali si è sviluppato il suo percorso artistico: gli animali, selvaggi e domestici, e i ritratti di sé, senza dimenticare altri soggetti come le scene di vita agreste o i paesaggi padani, nei quali irrompono, come un flusso di coscienza, le raffigurazioni dei castelli, delle chiese, delle guglie e delle case con le bandiere al vento sui tetti ripidi della natia Svizzera e la memoria della patria perduta.