di Elena Comelli

In Italia si parte da una partecipazione delle donne al mercato del lavoro già bassa, al di sotto del 50%, contro una media europea al di sopra del 60%. Dopo la pandemia, per Paola Mascaro (nella foto in alto), potrebbe andare anche peggio. Mascaro, presidente di Valore D, è molto preoccupata per un trend che non migliora. "Aumentare il tasso di occupazione delle donne è il punto di partenza per tutte le altre conquiste sulla parità di genere nel mondo del lavoro" spiega la vicepresidente di Avio Aero, che dall’anno scorso guida anche l’associazione.

Partiamo da una situazione già fragile. Peggiorerà?

"La situazione femminile è molto fragile nel mercato del lavoro italiano, per tasso di occupazione, per divario salariale, per scarsa presenza ai livelli di responsabilità. Le donne lavorano nei settori più difficili e con contratti di lavoro meno stabili. Abbiamo circa il 30% di contratti precari e il 16% di pay gap rispetto agli uomini e con mezzo milione di posti di lavoro persi da metà 2019, la pandemia farà ancora più danni".

Questi sono i dati quantitativi, ma peggiorano anche gli aspetti qualitativi...

"Esatto. Il lavoro da casa comporta grandi rischi per le donne. Dalle ricerche che abbiamo condotto nelle aziende associate risulta che un terzo delle donne interpellate ha lavorato di più. Questo perché i carichi di cura pesano ancora principalmente sulle donne, sia che si tratti di bambini, sia che si tratti di persone anziane o disabili. Con le scuole chiuse e le persone confinate a casa, è chiaro che il carico di lavoro in più, nel nostro Paese, è ricaduto essenzialmente sulle donne".

Il divario uomini-donne sui lavori domestici, quindi, rimane...

"I dati internazionali sono molto chiari: i lavori domestici pesano sulle spalle delle donne per due ore e mezza al giorno in più rispetto agli uomini. Un carico enorme. Tutto questo concorre ad aumentare lo sbilanciamento nella condizione femminile".

Quindi sul lungo periodo il telelavoro potrebbe danneggiare le donne?

"Dipende molto da come verrà organizzato. Potrebbe funzionare se si riuscisse a costruire dei modelli di lavoro basati sulla delega, sulla fiducia e sulla definizione di obiettivi chiari, se si riuscisse a combinare il lavoro a distanza con una forte collaborazione con i colleghi, eliminando le modalità legate al controllo, in cui il lavoratore dev’essere sempre sotto pressione da parte dei suoi superiori, altrimenti si crede che non stia lavorando. Potrebbe essere una grande opportunità, ma bisogna stare attenti a non trasformare il lavoro a distanza in una modalità ‘sempre al lavoro’, che per le donne sarebbe un disastro".

In ogni caso, bisognerebbe fare qualcosa per ribilanciare i carichi del lavoro domestico...

"Certamente. Lo devono fare le aziende, cercando ad esempio di favorire la ripartizione dei congedi parentali in una maniera più equa, ma lo dovrebbero fare anche le istituzioni, cercando di spingere a dei congedi parentali obbligatori che forzino un po’ la situazione. Spesso per cambiare una cultura ci vogliono regole".

Come?

"Si potrebbero definire dei periodi obbligatori e non cedibili di congedi parentali fra i due genitori. Questo è molto importante, perché il momento determinante in cui le donne lasciano il lavoro è proprio quando arrivano i figli. È lì che si osserva il crollo della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, mentre nei primi anni è quasi equivalente. Quindi potrebbe essere decisivo forzare un po’ il gioco introducendo degli obblighi".

Come si potrebbero spingere le aziende ad assumere più donne?

"Ci sono molte soluzioni per dare una spinta in questo senso. Le aziende più virtuose, che mettono in campo delle politiche di genere misurabili, potrebbero ottenere degli incentivi, ad esempio delle forme di defiscalizzazione sulle assunzioni delle donne o sui rientri dopo la maternità".

Vede dei progressi da quando avete cominciato il monitoraggio?

"Vediamo dei progressi, ma sono troppo lenti. In Italia c’è un problema di velocità. Non possiamo permetterci di aspettare decenni per far partecipare le donne al mercato del lavoro. È un’enorme perdita per la società e anche per l’economia del Paese. Ma per correre bisogna introdurre delle misure che favoriscano questa velocità. Altrimenti, secondo i nostri calcoli, ci metteremo 60 anni per arrivare a una gender equality. E questi 60 anni non ce li abbiamo proprio".