Sempre a proposito di suggestioni da F1 figlie dei numeri, ecco la originale riflessione del cloggaro Marco Santini. Giusto per ricordare a noi stessi che non solo il…veleno sta nella coda!

SANTINI SCRIPSIT.

Michael diceva sempre che i record sono fatti per essere battuti, come disse pubblicamente Ross Brawn a Lewis Hamilton dopo aver raggiunto Schumacher a quota 69 pole position. Le storie di questi due campionissimi si intrecciano proprio a partire da Brawn, uno che ha vissuto svariate vite sportive prima di arrivare alla corte di Liberty Media. C’è infatti lo zampino del tecnico britannico nel clamoroso rientro di Schumi in Mercedes a 40 anni suonati, così come c’è voluta la sua presenza per convincere Lewis a staccarsi dal cordone ombelicale di Ron Dennis e sbocciare definitivamente. In entrambi i casi, il passaggio alla Mercedes sembrava folle, rischioso, controproducente… Ma per un inguaribile romantico come me è evidente come il calvario del primo sia stato propedeutico al futuro dominio del secondo! Roma non si è fatta in un giorno, la Mercedes nemmeno. Hamilton nell’era ibrida ha raccolto l’eredità diretta del lavoro svolto dal duo Schumacher-Brawn nell’arco di un triennio, trovandosi tra le mani una squadra invincibile in pista e (soprattutto?) dietro le quinte.

Ma tornando al virtuale dualismo: Hamilton diventerà il recordman assoluto della Formula 1 ed è dunque lui il più grande di tutti? Con tutto il rispetto, rigetto l’equazione. Senza nulla togliere al Re Nero, resto dell’idea che nel Motorsport a fare la differenza siano le emozioni, non i numeri. Nel cuore della gente non si entra per caso! Ci si entra riportando il titolo a Maranello 21 anni dopo Jody Scheckter. Ci si entra con performance leggendarie (Sepang al rientro dall’infortunio? Spa sul bagnato con gomme da asciutto? La pole nel principato a 43 anni? La vittoria a Magny-Cours su 4 soste? Ognuno ha le sue preferite). Ci si entra persino stando dal lato sbagliato della storia, come a Spa con Mika Hakkinen, il rivale per eccellenza. Ci si entra mostrando la propria umanità, come qualche settimana dopo a Monza in conferenza stampa, ripensando a ciò che la nera signora (come direbbe Vecchioni) ci ha tolto troppo presto. Ci si entra persino mostrando le proprie debolezze, come a Jerez.

Ecco, temo che Lewis sia stato estremamente sfortunato da questo punto di vista: non perché non abbia il talento per regalarci memorie altrettanto leggendarie, ma per non aver avuto la possibilità di mostrarlo davvero, figlio di una Formula 1 così diversa (nel bene e nel male) e di un mezzo troppo superiore alla concorrenza per regalare storie degne di essere tramandate ai pronipoti. Il suo unico “errore”, forse, è stato paradossalmente l’essere vittima delle proprie scelte. Altri prima di lui alla fredda bacheca hanno anteposto la ricerca della gloria eterna, quella che può passare solo e soltanto dalla Ferrari: anche in questo caso però il Kaiser resta unico, chiedere ad Alonso e Vettel per maggiori chiarimenti.

Voglio infine chiudere, tra il serio e il faceto, con una nota di colore: i campionissimi sono famosi per essere schiacciasassi, in primis nei confronti dei compagni di squadra. Eppure credereste mai che c’è in giro un 35enne, ormai ritirato, che può vantarsi di aver battuto sia Lewis che Michael a parità di macchina e nell’arco di un’intera stagione?