Spero tutti bene.

Nella mia ricostruzione del romanzesco 1999 della Formula Uno, sono arrivato alla Malesia.

Venerdì mattina.

Confesso: io non mai stato un grande fan delle prove del venerdì. Avevo l’abitudine di prendermela comodo. Di solito, arrivavo sul circuito che le macchine già giravano da un pezzo.

Quel venerdì lì, in pratica ho aperto io l’autodromo!

Era troppo importante.

Infatti incrocio Claudio Berro, il pierre del reparto corse, e lui mi guarda stupito.

Deve essere colpa del jet lag e del fuso orario, mi fa. Come mai sei già qua?

E ride.

Ora, una cosa del genere non era mai accaduta. C’erano due piloti, Hakkinen e Irvine, che si giocavano il titolo.

Non se li filava nessuno.

Gli occhi di tutti erano puntati su Michael Schumacher. Che tornava a guidare in un contesto da Gran Premio più o meno a tre mesi dal botto di Silverstone.

I piloti reduci da infortunio hanno sempre la voglia di ricominciare. Ma non sempre sono subito perfetti.

Lauda, che pure era Lauda, dopo il rogo del Ring rientrò in pista nel giro di quaranta giorni. Ma non era al top, non poteva esserlo. Non subito. Recuperò il meglio della sua dimensione di guida nel 1977.

Schumi, chissà.

Era tale la frenesia che per anticipare un giudizio mi cercai un angolo del paddock da dove era possibile, ad occhio nudo, scorgere un brandello del tracciato.

E fu allora che lo vidi. E credetti.

Michael era tornato!

Il suo venerdì fu come l’assolo di chitarra di Don Felder sul finale di Hotel California.

No, dico. Suona tu così.

Schumi volava e nel box Rosso era come se si fosse dissolto un incubo.

Solo che.

Solo che, alla fine di quel venerdì, nella certezza di avere ritrovato il fuoriclasse, tra un monsone e l’altro serpeggiava la biscia del sospetto.

Sì, ma poi?

Come si metteranno le cose, in gara? Schumi aiuterà Irvine? E come potrà aiutarlo, se il sabato in qualifica Eddie restasse troppo indietro?

Din Don Dan!

Per fortuna il mio amico irlandese era bello sveglio. Il venerdì sera ci fu una riunione tra lui, Michael, Todt, Brawn e Baldisserri, che era il giovane ingegnere di pista di Eddie.

Din Don Dan!

La Ferrari a Sepang andava molto bene. Era più competitiva della McLaren. Hakkinen il sabato mattina aveva un’aria tetra.

Eddie, devi metterla in prima fila, gli aveva detto Baldisserri. La pole la fa Michael, ma se tu non la metti in prima fila siamo fottuti.

Irvine il sabato mattina prese in disparte il suo ingegnere e gli disse: stai tranquillo, ieri sera sono andato a letto presto e per quanto ti possa sembrare strano ci sono andato da solo, a letto.

Din Don Dan.

L’ora delle qualifiche fu un tripudio Rosso. Davvero Schumi era tornato più forte di prima. La sua dimostrazione di superiorità fu schiacciante.

Distacco ciclistico sui concorrenti.

Irvine secondo.

McLaren dietro.

Andai quasi a sbattere contro due ingegneri di Hakkinen, nel paddock. Erano terrei.

Le domande della vigilia si concentrarono esclusivamente sull’ipotetico scenario della domenica.

Come si sarebbe comportato Michael? Lui rispondeva: aspettate e vedrete.

Todt era il solito Pinguino inferocito.

Todt era sempre incazzato. Come diceva l’allenatore di Rocky Balboa, mangiava saette ed evacuava fulmini.

Comunque, chiesi anche a lui.

Replica: Michael sa perfettamente cosa fare. Sottinteso: si tolga immediatamente dai coglioni.

Ah, la bella vita dell’inviato.

Domenica.

La gara.

Meglio.

L’assolo di Mark Knopfler sul finale di Sultans of swing.

Io avevo visto i Dire Straits dal vivo nel 1981 a Bologna.

Rividi Mark Knopfler a Sepang nel 1999.

Si era travestito da Michael Schumacher.

Non sto a farla tanto lunga.

Come si disse poi, il tedesco aveva guidato due macchine.

La sua. E quella di Irvine.

Ho sempre pensato che se quel giorno Schumi avesse pensato solo a se stesso, avrebbe doppiato tutti.

E ho sempre pensato alla bizzarra ironia del destino.

Michael Schumacher non ha vinto la più bella gara della sua carriera, nel giorno del rientro alle competizioni dopo un terribile infortunio, perché ha accettato di lasciarla al suo compagno di squadra.

In Malesia, Schumi fece il centravanti e fece lo stopper. Accelerava e rallentava secondo le esigenze della Scuderia.

Grandioso, come Springsteen nel finale dal vivo di The River, con l’armonica in bocca.

Finale?

Aspetta un attimo.

Dunque, Irvine ha vinto il Gran Premio della Malesia, Hakkinen è arrivato terzo e dunque Eddie e la Ferrari passano al comando dei due mondiali.

Debbo scrivere otto (8) pagine di giornale. In Italia sono tutti impazziti. Non ho molto tempo, alla mezzanotte locale ho il volo per Amsterdam e il taxista con il cappellino mi aspetta per le nove fuori dal paddock.

Ho quasi finito quando entra trafelato in sala stampa un collega inglese.

Non ride.

Ghigna.

Ti hanno detto di Jo Bauer?

Chi è, uno che produce aspirine?

No, è il tizio della Fia che controlla la regolarità tecnica delle macchine.

Embe’?

Dice che le due Ferrari sono irregolari. Irvine e Schumi saranno squalificati. Il mondiale è finito. In McLaren stanno già brindando.

Mi affaccio sul terrazzo che da’ sul paddock.

È vero, stanno brindando.

Dio stramaledica gli inglesi.

Debbo anche riscrivere otto pagine di giornale.

Soprattutto, debbo spiegare ai miei quattro lettori il significato di una parola.

Deflettore.

Ma posso essere arrivato fin qui e dopo aver visto un numero sensazionale di un pilota formidabile, ecco, possa essere arrivato fin qui per occuparmi di quella cosa, come accidente si chiama, ah, sì…

Deflettore.

(Continua)