1. Brutto risveglio.

Me l’aspettavo, il silenzio si era fatto troppo lungo.

Niki Lauda sta già sgommando in Paradiso.

E’ stato l’idolo della mia adolescenza.

Avevo nemmeno 14 anni quando arrivò in Ferrari.

Ne avevo 16 quando grazie a lui, risorto dal rogo, misi per la prima volta piede all’interno del circuito di Fiorano.

Ho una foto che mostra il mio stupore sgomento accanto alle sue ferite insanguinate, a test appena concluso.

E poi il Fuji.

Ho fatto in tempo a vederlo correre dal vivo (Imola 1985).

Un gigante.

Un mito.

Grandissimo campione.

E’ curioso, eppure aspettando di riparlare del pilota e dei suoi tre mondiali, ecco, la prima cosa che mi viene in mente è una intervista che gli feci nel 1995.

Solo che non voleva parlare di F1.

Ma del genocidio in Ruanda.

Mi disse: ma ti pare possibile che noi si stia qui a parlare di corse mentre accade un orrore simile?

Grande Niki.

E siccome sto integrando al volo un testo pre Monaco, lasciatemi citare quella volta in griglia a Montecarlo.

1994, lui che si toglie il leggendario cappellino per rendere omaggio a Senna e Ratzenberger e per pregare per Wendlinger.

Fu un attimo di infinita, dolorosa poesia.

Il resto, scritto prima.

I miei ricordi principeschi affondano in un passato remoto.
La prima volta stava ancora su il Muro di Berlino.
Sul porticciolo incrociai due noti faccendieri italici, entrambi latitanti.
Ridevano abbracciati a due donnine dalla tariffa chiaramente molto cospicua.
Non c’erano ancora i telefonini così mi dissi: ma quanti cellulari ci vorrrbbero, cellulari intesi come furgoni di polizia, per portare via chi meriterebbe una diversa collocazione?
Un’altra volta arrivò sulla griglia di partenza una puttanona di regime accoppiata ad un noto boss della F1.
L’elegante signorina non indossava underwear. Aveva solo una gonnellina leggerissima.
Un fotografo sdraiato sull’asfalto per rubare immagini di sospensioni alzò lo sguardo e si mise ad immortalare la natura non morta, dal basso in alto.
Il boss se ne accorse e ordinò che l’incauto paparazzo fosse gettato nel mare di Montecarlo con una pietra al collo.
Il malcapitato si salvò gridando: ho un fratello che lavora per la CIA.
Fu graziato ma il pass da Gran Premio gli venne revocato a vita.
E potrei continuare con queste facezie.
Seriamente, invece.
La cosa più grande che ho visto a Montecarlo è la pole (purtroppo solo virtuale, causa penalizzazione precedente) del 43enne Schumi nel 2012.
Il pilota che più ho ammirato tra tombini e guardrail resta Ayrton Senna.
Il driver con più talento a dispetto della macchina che guidava rimane Stefano Modena.
L’edizione monegasca indimenticabile è Gilles 1981, non c’ero, ero troppo giovane, i racconti dei suoi meccanici non hanno mai smesso di commuovermi.
Ultima cosa OT, come dite voi che avete studiato.
Il mio idolo Mario Andretti ha provato, anche in età avanzata, a vincere la 24 Ore di Le Mans.
Senza successo.
Io lo ammiravo e lo ammiro.
Ironizzare sul flop di Alonso a Indianapolis non appartiene al mio stile.