Spero tutti bene.
Per Silverstone partivamo da Bologna il giovedì mattina con il charter che ospitava Ferrari e Minardi.
Si sbarcava a Luton e lì io andavo nel panico.
L’auto con guida all’inglese.
Roba da paranoia.
Credo di aver sterminato più marciapiedi e cordoli io della Lutwaffe nazista con i suoi bombardamenti.
Però era divertente, tranne quella volta che mi fermò un poliziotto. Non mi chiese se credevo di essere Stirling Moss, no (andavo pure piano).
Vide che ero italiano e disse: ah, Mansell, the Red Lion!
Eh beh, feci io.
Cioè.
Cioè ormai era chiaro che il Leone in Ferrari si sentiva chiuso in una gabbia.
La squadra si era spostata tutta dalla parte di Prost e nemmeno c’era da stupirsene.
Dopo la Francia, il Professore vantava già tre vittorie. E Nigel zero.
Inoltre nella classifica mondiale Alain stava addosso ad Ayrton e non ci voleva Einstein per comprendere che una gerarchia ormai si era determinata, nel team. Se non a parole, nei fatti.
Infine, Prost stava esercitando quella che era indiscutibilmente una virtù, nel mestiere suo.
Era politicamente abile. Indirizzava il carisma personale verso l’obiettivo che gli interessava.
In breve. Alain era un grande seduttore. Questo aspetto del suo essere aveva già mandato nei matti Senna, che rimproverava al francese una mancanza di trasparenza nelle relazioni tra colleghi di lavoro, già prima che il loro rapporto si deteriorasse.
Mansell non si curava di queste cose. Mansell si percepiva come pilota velocissimo e tanto gli bastava. Non era uno stupido, come pure a certa stampa analfabeta (delle cose della vita, ma non di rado anche della grammatica) faceva comodo raccontare.
Ma non poteva, il Leone, reggere il confronto con la somma di talento e astuzia che in Prost si incarnava.
Dunque, quel giovedì nella immensa prateria verde di Silverstone una cosa mi era chiara.
Nigel non sarebbe rimasto alla Ferrari.
Al metallizzato Fiorio spettava il compito di gestire Mansell con accortezza.
Doveva portare il Leone a capire che sarebbe stata oltremodo gradita una sua collaborazione per le sorti della Scuderia.
Fiorio, come qualunque team principal, era pagato anche per questo. Non solo per questo. Ma anche per questo.
Non fu capace di farlo.
Nel frattempo, tutti davano per scontato che il futuro partner di Prost a Maranello sarebbe stato Alesi.
Giovannino firmava contratti (con Tyrrell, con Williams) manco fossero autografi su foto ricordo, ma in Formula Uno certe cose si aggiustano.
Eppure.
Eppure, quella sera del giovedì, in un pub di Northampton, qualcuno mi disse che il Metallizzato aveva avviato una trattativa con…
Senna!
Senna?!?
Avendo Prost in squadra?
Senna?!?
Con Prost che stava lottando per il titolo ruota a ruota con Ayrton?!?
Ordinai un doppio bourbon.
Ipotesi uno.
Fiorio era convinto di poter rimettere sotto lo stesso tetto il francese e il brasiliano. In tal caso, aveva immediato bisogno di un bravissimo consulente. Psicologico.
Ipotesi due.
Fiorio aveva deciso di sostituire Prost con Senna nel 1991. E in questo caso avrebbe avuto bisogno di una scorta armata e armata fino ai denti, perché era ovvio che Alain avrebbe scatenato l’inferno e se il Metallizzato supponeva di contare più del francese negli ovattati salotti di Torino, uhm, stava prendendo un abbaglio colossale.
Andai a dormire un po’ brillo, accompagnato da una incrollabile certezza.
Avevamo trovato il modo di perdere un mondiale che eravamo sul punto di vincere.
(Continua)