Spero tutti bene.
Riprendo il mio racconto sugli eventi del 1990, non prima di avere ringraziato la polizia postale.
Ero arrivato alla (presunta) riconciliazione di Monza. Dove la sollecitazione di un cronista aveva finalmente spinto Alain Prost ed Ayrton Senna a stringersi la mano.
Era stata così sanata, in pubblico, una ferita che buttava veleno da mesi, da quando ancora il brasiliano e il francese coabitavano sotto il tetto McLaren.
Restavano ormai soltanto quattro gare da disputare.
Estoril.
Jerez.
Giappone.
Australia.
Ayrton godeva di un solido vantaggio. Alain era l’unica ancora nell’agitato mare ferrarista.
Alla fine a Maranello, dopo convulsioni che avevano coinvolto anche l’incolpevole Nannini, si erano garantiti le prestazioni di Jean Alesi per il 1991.
Frank Williams, che pure disponeva di un contratto firmato da Giovannino, era stato tacitato con un risarcimento (un modello della Ferrari da Gp del 1989, così da poter studiare meglio il cambio elettroattuato…) e si era preso, il vecchio Frank, il cavallo di ritorno, all’anagrafe Nigel Mansell.
Giovedì 20 settembre 1990.
Aeroporto di Lisbona.
Arrivo ancora assonnato nell’area post bagagli. Debbo andare a ritirare l’auto a noleggio.
Sto pensando che le strade che portano all’Estoril sono bellissime.
Sintra.
La Boca do Inferno.
Cascais, che era stata residenza in esilio per l’ultimo Re d’Italia, Umberto II.
Sto pensando a queste cose quando incrocio lo sguardo di Un amico.
Ayrton.
La conversazione che avemmo non è una novità per chi ha letto i miei libri o per chi (magari qualcuno è sopravvissuto!) leggeva il Resto del Carlino nel 1990.
Aggiungo che nella immediatezza tanti non mi credettero: era ed è facile dubitare dei giovani, soprattutto quando, vabbè, lasciamo stare, chi si loda si imbroda e poi alla fine hanno capito tutti.
Altra cosa: non mi imbarazza riportare di nuovo l’episodio a ridosso dell’anniversario della tragedia di Imola.
Per la semplice ragione che io non ho mai gradito la trasformazione di Senna in un santino.
Lui era un grandissimo proprio perché aveva anche la fragilità di noi comuni mortali.
E siamo lì, aeroporto di Lisbona. Ah, tenete presente un’altra cosa: oggi, 2020, la comunicazione è totalmente blindata e non solo in F1. Oggi gli assi e persino i bidoni hanno il codazzo di addetti, agenti, procuratori e bla bla bla. Oggi, non solo nello sport, l’immagine è tutto, quindi la spontaneità è vista come un pericolo, quindi l’informazione, quando è onesta, fa una fatica tremenda a trovare interlocutori. Infine, sono arrivate le dirette Facebook di politici di ogni colore e tanti non comprendono che non è trasparenza, il monologo senza domande vere.
Ma siamo lì, 20 settembre 1990. Un altro mondo. Non peggiore del vostro di oggi.
Ayrton mi dice che sta aspettando suo padre Milton, in arrivo dal Brasile. Io Milton lo avevo conosciuto. Sorrideva sempre. Dicevano si fosse opposto ai desideri del figlio ragazzino, si diceva fosse contrario alle corse. Ma adesso era un papà felice.
Facciamo due chiacchiere, così la gente che passa vede che sono impegnato e non mi chiede l’autografo, fa lui.
Io rido: magari lo chiedono a me, però, rispondo.
Parliamo del Gran Premio che ci aspetta, della McLaren, della Ferrari, della estate bollente che ci stiamo lasciando alle spalle.
E di Monza.
Era ora, gli dico. Era ora che tu e Alain seppelliste l’ascia di guerra.
Mi guarda con quegli occhi che erano un libro aperto.
Non è vero niente, sospira.
Non è vero niente, insiste. È solo finzione. Lui ha orchestrato quella scena, a Monza, solo perché gli faceva comodo.
“Lui”, nel linguaggio aspro di Ayrton, in quei tempi era l’Innominato del Manzoni.
Prost.
E ormai Senna è un fiume in piena.
Ti ricordi di un anno fa?, aggiunge.
Mi ricordo.
Lui sapeva che se ci fosse stato un incidente a Suzuka avrebbe vinto il titolo e un incidente ci fu. Anche se io ne venni fuori e allora usarono la politica schifosa per fregarmi.
Lo sto ascoltando. So dove sta per arrivare.
Infatti, ci arriva.
Se questa volta, a ruoli invertiti, un incidente garantisse a me il titolo, ti assicuro che quell’incidente ci sarà. Perché io lo butterò fuori.
Tento di spiegargli che non è bello, che non sarebbe giusto.
Nemmeno per lui.
Ma capisco che niente gli farà cambiare idea.
Niente.
Il mondiale 1990 ha un finale già scritto.
E io sono il primo a saperlo.
Anche se avrei preferito ignorarlo.
(Continua)