Lunedì il mio amico Mauro Forghieri compie 85 anni.
Gli faccio in anticipo gli auguri da qui, in attesa di ritrovarmi a tavola con lui.
So bene come nel mondo degli odiatori da tastiera sia facile non condividere talvolta le opinioni di un personaggio come Furia e naturalmente capita anche a me di non essere d’accordo con le sue tesi.
Solo che.
Solo che, quando ci si confronta con un signore che ha contribuito a fare la storia migliore della Ferrari e dell’automobilismo, ecco, sarebbe sempre bene e ammentare lo spessore dell’interlocutore.
So bene che, come diceva Luigi Einaudi, queste sono prediche inutili. Ma non è vero che siamo tutti uguali, per competenze e per curriculum. Tutti i pareri sono leciti, fermo restando che la autorevolezza non si compra su Amazon, I am sorry.
Insomma, io voglio bene a Forghieri. Mi piace la figura umana: uno con il suo leggendario passato potrebbe tirarsela e invece è sempre disponibile. Abbiamo girato l’Italia insieme e ogni volta mi commuove la semplicità con la quale racconta della 312 B o della monoposto con Lauda o della vita e della morte di Gilles o del rimpianto mai spento per non essere stato presente a Imola in una domenica di primavera del 1982. E ancora l’incontro con Lee Jacocca per la Lamborghini, un V12 del Toro che piaceva a Senna, il primo progetto di una vettura elettrica, l’arrivo in parata a Daytona del 1967…
Io ho avuto una grande fortuna: sulla mia strada ho incontrato talvolta persone meravigliose.
L’ottantacinquenne Mauro Forghieri è una di queste persone.