Spero tutti bene.
Sto raccontando il mondiale di Formula Uno datato 1990.
Anno magico, anno bizzarro.
L’anno del vero duello Senna versus Prost, non più costretti alla coabitazione.
Uno in McLaren, l’altro in Ferrari.
Ma, fino all’ultimo o quasi, quello spettacolo rischiò di non andare in scena.
Infatti, c’era in sospeso quella dannata faccenda.
Ad Ayrton era stata revocata la licenza e il truce Balestre, duce della Fia (in Fia c’è evidentemente una curiosa tendenza al delirio di onnipotenza), pretendeva una lettera di scuse.
Senna era un po’ come il Fonzie di Happy Days. Dire “scusa” proprio gli riusciva impossibile.
Figuriamoci quando era convinto di avere ragione.
E ce l’aveva, onestamente.
Ormai era tempo di preparare la valigia per l’Arizona. Il calendario proponeva come tappa inaugurale Phoenix.
Uno strampalato circuito cittadino. Un non senso, nella terra del rodeo sfrenato. C’ero già stato nel 1989 e la città era deliziosa.
Ma correrci con la Formula Uno, insomma.
Però, la cosa importante era sapere se, in Arizona, si sarebbe presentato Ayrton.
Avrebbe apposto il suo prezioso autografo sul documento tanto atteso da Balestre?
Io non avevo dubbi: no, non lo avrebbe fatto.
Invece da Parigi arrivò l’annuncio che lo aveva fatto e dunque la Fia lo perdonava e bla bla bla.
Qui diamo spazio alla commedia dell’arte.
Totò, Peppino e la lettera.
Punto. Due punti. Punto e virgola. Massi’, abbondiamo.
Il tempo stava per scadere.
Ron Dennis telefona a Senna, che se ne sta rinchiuso in Brasile, come un Achille furioso.
Ayrton ribadisce al boss della McLaren che lui la lettera scarlatta non la firma.
Piuttosto fa causa alla Fia, fa causa all’universo mondo e schiera un battaglione di avvocati dal Sud America alla Francia.
Dennis aveva parlato con Bernie Ecclestone, oggi 2020 tornato alla ribalta delle cronache come procreatore che combatte l’inverno demografico a nome di tutti noi.
Bene, dice il Padrino che sarebbe poi Bernie. Bene, che problema c’è?
Falsificate la firma!
O gran bontà dei cavalieri antiqui!
Un falso d’autore e siamo a posto, con Balestre me la vedo io, mica chiede una perizia calligrafica.
Con il senno di poi, io umile (ok, mica tanto) cronista avrei dovuto capire che in McLaren erano già molto bravi a copiare.
Chiamano dunque un bravo amanuense, la firma di Senna viene scrupolosamente imitata e a Phoenix ci siamo tutti.
Senna compreso.
Atmosfera da Ok Corral.
Prost vestito di Rosso è meraviglioso.
Sinceramente il francese aveva un carisma enorme. E si percepiva che la squadra già gli si era stretta attorno.
In Ferrari, nel 1990, c’era ancora tanta gente che aveva lavorato con Lauda e il metodo dell’austriaco aveva lasciato una traccia indelebile.
Alain ricordava Niki in più di una cosa e avendoci lavorato assieme qualcosa aveva anche imparato.
In tutto questo, Mansell sembrava uno scappato di casa. Mansell era un grande ma ignorava completamente il valore della “politica”. Lui guidava, teneva giù il piede, diceva “sottosterzo”, oppure “sovrasterzo” e quindi se ne andava a scolarsi una birra.
Del resto, da bambino mangiava i gatti.
I briefing erano dei siparietti in stile Io so che tu sai che io non so.
Prost spiegava. Mansell annuiva. Fine della riunione, diceva Nigel. Ma Alain continuava a parlare, a parlare, a parlare.
Che palle, pensava il Leone.
Ma l’altro parlava, parlava, parlava.
Anche Senna parlava.
Male di Prost.
Senna era sbarcato in Arizona ed era più velenoso di un crotalo. Aveva passato l’inverno a macerarsi. Era carico di rancore.
Io già gli volevo bene perché sapevo che la sofferenza figlia dell’ingiustizia non la metabolizzi facilmente.
Credo sia capitato ad ognuno di noi.
Comunque, si comincia. Al muretto Ferrari, Cesare Fiorio ostenta, ca va sans dir, una abbronzatura impeccabile.
È una bella sfida, di pigmentazione, tra lui e Flavio Briatore, il capo della Benetton.
Nel 1990 Briatore non è ancora un personaggio. Facciamo che è una nota di colore (scuro). Ma sa già come sedurre i media. Quelli che abboccano, non mancano mai.
Gli americani, intanto, dell’evento se ne strafottono. Gli americani la Formula Uno non l’hanno mai capita. Nella loro cultura, tutti debbono avere una chance di vincere.
Infatti si sono ritrovati Trump presidente.
Invece in F1, nel 1990, o vince Senna o vince Prost.
Lo abbiamo già intuito tutti.
Tranne Mansell, che a chi gli chiede come va con Alain risponde serafico: “He’s talking”.
Sta parlando.
Eppure, la Formula Uno ha questo di bello: talvolta, ti coglie in contropiede.
Prima fila del Gp degli USA.
In pole Gerhard Berger, al debutto con la McLaren.
Accanto, clamoroso al Cibali, la Minardi di Pier Luigi Martini, detto il Fagianello.
Martini in prima fila con la Minardi?!?

Ehi ehi ehi, avrebbe detto Fonzie.
La sera del sabato, almeno così narra la leggenda, in Italia Gianni Agnelli chiama il pupillo Montezemolo, all’epoca estraneo alle cose di F1. E gli fa: Luca, ma pevche Fiovvio mi continua a dive che la F1 è difficile se poi fa quasi la pole il nostvo concessionavvvio di Faenza?!?
In effetti Minardi, anzi Minavdi, vendeva Fiat in Romagna.
Qualifiche di Phoenix, 1990.
Senna solo quinto.
Prost appena settimo.
Mansell addirittura diciassettesimo, dietro anche all’altra Minardi del mio amico Barilla.
Va bene, il sabato è piovuto e i tempi buoni sono quelli del venerdì.
Sta a vedere che gli americani si sono sbagliati.
Sta a vedere che non vince Senna e non vince nemmeno Prost.
Possibile?, mi chiedo il sabato sera mentre causa chili mi esplode il palato in un ristorante di latinos che alla fine, come rinfrescante, mi portano una tequila muy bonita.
E non avevo ancora visto il picciotto.
Jean Alesi, si chiamava.