Parlavo oggi con Piero Ferrari di faccende di Wall Street, che in questa sede interessano il giusto.

All’improvviso, ad un certo punto della conversazione, lui mi ha detto: eh, ma che gara ha fatto ieri Kimi? Straordinario, da vero pilota degno della tradizione Ferrari.

Questo mi permette di riprendere un discorso che, inevitabilmente, ha appassionato tanto i frequentatori di questo ameno luogo.

Mi spiego.

Io sono di parte e si sa (sarebbe meglio se chiunque esercita, in qualunque contesto, dal calcio alla politica, la funzione di opinionista, ecco, sarebbe meglio se chiunque dichiarasse apertamente simpatie e antipatie, perchè non se ne può più di questa stronzata del politically correct, che poi è una gran fregatura per i gonzi).

Ma, da partigiano, non faccio fatica ad ammettere che, vista dalla prospettiva di Bottas, la manovra di domenica del mio idolo legittima l’incazzatura.

Di più: a parti rovesciate, magari approverei la sanzione.

Eppure, il punto è un altro.

Che Formula Uno vogliamo?

Che idea abbiamo di questa passione?

Siamo uomini o caporali (ah, Totò: uno che aveva capito tutto, con decenni di anticipo).

Kimi che ci prova in quella maniera, per riprendersi ciò che era suo al netto di una combinazione sfortunata al pit stop, è un grande.

Scintille comprese per tagliare il traguardo.

Sainz che esce dall’ospedale e va a correre è un grande.

Vogliamo uomini o caporali?

Oh, lo so, lo so.

Nella vita, prima ancora che nell’automobilismo, hanno vinto i caporali.

E si vede, se a un vecchio rincoglionito come me è ammesso esprimere una opinione non farlocca.

Sapete, uno dei pochi vantaggi dell’età è che ormai tutti sanno chi sei, nel mestiere che fai. Sanno che non ti sei mai venduto e che nessuno ti può comprare più.

Magari hai torto (perchè, ripeto, se sei Bottas ti incazzi) ma vieni qua dallo zio di Sassuolo.

Io non ti spaccio acqua zuccherata per vodka.

E già che ci siamo, anche se non sarebbe purtroppo cambiato niente, che certo che Alonso nel 2010 ad Abu Dhabi avrebbe dovuto speronare Petrov.

Poi gli davano trenta secondi di penalità, ma almeno los cocones giravano meno, fidati.