Spero tutti bene.

Risponda ognuno come vuole, alla domanda del titolo.

Sotto il testo per Carlino-Nazione-Giorno di oggi, in attesa di riparlarne stasera alle 19 su Sky Sport 24.

Faccio persino un po’ fatica a tenere il conto. Di tutte le volte, in un quarto di secolo e oltre!, che mi è stato chiesto di ricordare l’ultimo giorno di Ayrton Senna. E figuriamoci stavolta, in presenza di un incubo che, oltre a tante cose ben più importanti!, beh, ci ha sottratto pure le emozioni dello sport.
Me lo chiedono tutti, dicevo, per la semplice ragione che l’1 maggio 1994, la catastrofe di Imola, la crocifissione in diretta mondovisione di un Mito, è un po’ come l’11 settembre. O come, per i nonni scampati al virus, Dallas 1963, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Chi c’era e ha memoria, saprà dirvi dov’era e come apprese di quelle disgrazie, di quelle tragedie.
Una volta il mio amico Dino Zoff, Monumento del calcio azzurro e planetario, mi disse questo: sai, io quel primo giorno di maggio del 1994 ero sulla panchina della Lazio per una partita di serie A, ma rammento soltanto il dolore stupefatto che provai quando mi informarono che Ayrton era morto, contro il Muro del Tamburello.
È così e per me ogni tentativo di rimozione si è rivelato un fallimento. Io e Senna eravamo amici e sarebbe toccato a me, due giorni dopo, il martedì 3 maggio, accompagnarlo a casa sull’aereo che lo restituiva al suo Brasile. Una ferita mai suturata, uno sbrego mai riparato. Nonostante il tempo sia passato e ne sia passato pure troppo.
E allora, per autodifesa!, per spostare più in là il confine dell’indicibile, io ormai racconto il giorno prima.
Il 30 aprile 1994.
Quando, senza potessimo immaginarlo nemmeno lontanamente, i nostri occhi si incrociarono una volta ancora. L’ultima.
Senna era profondamente cristiano. Aveva una idea quasi mistica della vita e della morte. Riconduceva tutto al voler imperscrutabile del Divino.
Io lo invidiavo, per questo. Non gli invidiavo la fama, la velocità, le donne bellissime, i soldi tantissimi. Ma chi se ne frega.
Gli invidiavo Dio.
E fu per questo, quel sabato 30 aprile 1994, che non rimasi sorpreso, nel cogliere l’intensità del suo dolore alla notizia che un suo collega, l’austriaco Ratzenberger, era morto in pista, lì a Imola.
Ci incontrammo nel retro dei box e fu un attimo. Io avrei avuto qualcosa da chiedergli, ma lui mi fece capire con una occhiata che non se la sentiva di parlare, che non era il caso.
Mi rimprovero da ventisei anni (e l’ho già scritto, a beneficio dei miei quattro lettori), mi rimprovero, dicevo, di non avere forzato quel suo pudore. Non sarebbe cambiato nulla e certo se cerchi Dio ti arrendi di fronte all’Inspiegabile, al destino che si compie al netto del tuo desiderare, del tuo sperare, del tuo sentirti parte di qualcosa di Grande.
Ma mi dispiace, Ayrton. Quelle parole non dette, non le sentirò mai più.
Mai più.