• Ora che il buco nero del Covid ha inghiottito anche lui, la memoria mi restituisce un tenero frammento di Fausto Gresini.
    Era, se non ricordo male, il 1985. Giovanissimo cronista, mi trovai a raccontare di quel figlio ennesimo di una terra che dai motori è sempre stata irresistibilmente attratta.
    Non la butterò sul patetico e nemmeno pretendo di essere compreso. Ma c’è un pezzo d’Italia, dalla Via Emilia giù giù fino al mare, che si riconosce nelle storie alla Gresini. Prima ragazzo da bagarre, poi campione e dopo ancora sempre in mezzo al rombo, al frastuono, all’odoraccio dell’olio.
    Quando Fausto vinceva in 125, veniva da pensare a chi lo aveva preceduto sulle due ruote, il Masetti e il Paso e tanta altra gente di cuore. Lo stesso battito dei suoi avversari in pista: il mio amico Luca Cadalora, l’allora emergente Loris Capirossi, eccetera.
    Ecco, Gresini ha sempre avuto la consapevolezza di appartenere ad una comunità, nel senso nobile del termine. Quando mi è accaduto di mischiarmi alla tribù dei motociclisti, questo mi è parso di cogliere: un coinvolgimento emotivo più forte dello stesso istinto della competizione.
    Lo so, lo so. Suona tremendamente retorico, eppure per me era ed è così. Gresini ha vissuto di moto e immagino fino all’ultimo abbia desiderato continuare a vivere di moto. In quel mondo ha conosciuto la gioia e il dolore. Non gli sono state risparmiate le tragedie, compresa quella del Sic, l’adorato Simoncelli.
    Ho sempre detto a me stesso che se vuoi avvicinarti all’anima di una persona devi cercarne lo sguardo. Le mani, la bocca possono mentire. Gli occhi, no.
    Fausto Gresini aveva occhi che contenevano un universo. Il suo universo. Fatto di slanci, di audacie, di sconfitte, di successi, di malinconie, di felicità piccole e grandi.
    Mi viene in mente l’articolo che gli dedicai quando si laureò campione del mondo per la prima volta.
    Ci sarà un luogo in cui riaccenderemo il motore, Fausto.
    E daremo del gas, una volta ancora.