La vicenda di Lara Lugli, la pallavolista modenese alla quale il suo ex club, il Volley Pordenone, ha proposto di non pagare lo stipendio arretrato richiesto, come una sorta di compensazione per il crollo dei risultati seguito all’assenza della ragazza per una gravidanza purtroppo non condotta a termine, ha riempito le pagine dei giornali non solo italiani nei giorni scorsi. Per chi non l’avesse seguita, qui c’è un riassunto.

Li ha riempiti giustamente, i giornali, aggiungo, perché è chiaro che il tema della tutela delle donne atlete che decidono (o non decidono) di diventare mamme è una battaglia per i diritti civili. Non ha senso che una donna debba scegliere se essere un’atleta o una madre, e non entrambe. Penso che non ci sia nemmeno bisogno di discutere questo punto. E anche se al presidente della Fipav neo-eletto, Giuseppe Manfredi, le due parti hanno detto di voler trovare un’intesa, a mio avviso il punto è un altro. O meglio, il rischio è un altro.

La cifra che balla non è clamorosa, meno di duemila euro, a quanto ho capito. L’intesa sarà trovata, penso che Pordenone abbia già capito di aver pagato a prezzo carissimo in termini di immagine la volontà di non pagare l’ultimo ‘stipendio’ prima dello stop per la gravidanza.

Il punto e il rischio, per me, è che una volta trovata una ‘transazione’ soddisfacente, su questa vicenda si tornino a spegnere le luci dei riflettori. E questo sarebbe particolarmente colpevole da parte di tutti quei soggetti, sportivi e politici, che in questi giorni si sono riempiti la bocca con l’indignazione.

Ho visto la conferenza stampa on line della Lega volley femminile, per presentare la final four di Coppa Italia femminile, nella quale è stata data una vetrina a Lara per permetterle di raccontare il suo caso. Nella stessa conferenza è stato annunciato che da anni la Lega femminile ha in un cassetto un progetto per tutelare le atlete mamme. Non so perché questo progetto sia ancora nel cassetto, spero e immagino che adesso da quel cassetto uscirà. Magari attende leggi diverse.

Perché il discorso è molto più generale, e riguarda la volontà di fare le cose: a partire dalle istituzioni politiche nazionali, se davvero credete nelle parole che avete speso per difendere (giustamente) Lara, adesso dovete fare delle cose concrete, delle leggi per capirci. E non fermarvi alle comodissime dichiarazioni a uso stampa.

Di indignati a gettone sono già pieni i social.