Di recente ho assistito su RaiStoria a una trasmissione dedicata ai caselli ferroviari. Molti sono abbandonati e in alcuni casi sono stati riconvertiti. Altri (pochi, mi è parso di capire, concentrati soprattutto nel Sud) sono ancora abitanti dai casellanti e dalle loro famiglie. Non la conoscevo e mi è sembrata una realtà molto interessante, che racchiude anche una sua poesia. Maria Teresa, Milano

AUTOMAZIONE e sottopassi hanno segnato, col tempo, la fine dei caselli ferroviari e la scomparsa dei casellanti che alzavano le sbarre dei passaggi a livello con la manovella, a forza d braccia. Rimane una realtà che non solo è di assoluto interesse dal punto di vista storico, ma che (come a volte è avvenuto) potrebbe anche essere utilmente riconvertita. Marta Marzotto, personaggio che tutti conosciamo, ha sempre rievocato con affetto e tenerezza i suoi primi anni di vita in un casello a Mortara, in Lomellina, con il papà casellante e la mamma mondariso. La famiglia si era trasferita da Reggio Emilia a Mortara sul carretto trainato dal mulo Nello, cieco da un occhio. Marta lavorava la lana che gli operai rubavavano alla filatura Marzotto. Una nemesi al contrario sarebbe scattata anni dopo quando la signorina Vacondio avrebbe conosciuto e sposato il conte Umberto Marzotto, comproprietario con i fratelli di una grande industria tessile. Degli anni nel casello in terra lomellina Marta ricordava le vacanze estive, quando, di sera, andava per rane con il fratello Arnaldo. Dormiva su un materasso fatto di cartocci di granoturco, in camera con la nonna Marcellina, una gagliarda contadina emiliana che la sera, prima di spegnere il lume a petroli, si spulciava. Abbiamo trovato la storia di un’altra casellante, certo meno scintillante di Marta Marzotto, ma bella e significativa: Lina Morini Massoni, l’ultima «caselanta» di Madignano, nel Cremonese. E’ il 1958 quando Lina entra con il marito nell’abitazione nei pressi del casello 39, sulla strada che congiunge Madignano con Izano. Ogni giorno 65 giri di manovella per abbassare le barriere e altrettasnti per alzarli. Moltiplicati per tre, perché lì vicino ci sono le manovelle per governare altri due caselli. Una volta calate le sbarre, il presidio al casello con la bandiera rossa o la lanterna se c’è buio, fino al passaggio del treno. Nel 1991, con la pensione, la signora Lina dovrebe lasciare il suo casello, Chiede di poter continuare per altri due anni. In realtà, rimane per un anno soltanto perché, mel 1992 , con la costruzione del sottopasso, i tre passaggi a livello di Madignano vengono aboliti. gabriele.moroni@ilgiorno.net