Roma, 27 maggio 2018 – Per il Quirinale è il weekend più lungo. Mattarella è consapevole che si profila uno scontro istituzionale mai visto prima, perché Salvini ripete di essere pronto alla crisi se Savona non diventa ministro dell’Economia, un diktat considerato irricevibile per il capo dello Stato. Oggi Giuseppe Conte – rafforzato dalla telefonata di solidarietà del presidente francese Macron – dovrebbe salire al Colle a riferire informalmente sui progressi sulla lista dei ministri. Premesso che, in questo clima, il condizionale è d’obbligo, la speranza è che possa portare fatti nuovi per evitare lo strappo finale: “Stiamo lavorando”, assicura dopo una giornata in cui si sono rincorse voci di mediazioni portate avanti da M5S. Il capo politico Di Maio nella notte tenta l’ennesimo compromesso, con la promessa di una dichiarazione pubblica nelle prossime ore dell’ottantaduenne economista sardo in cui il professore assicura il rispetto di regole e istituzioni europee, accompagnata dalla scelta di due tecnici graditi al Quirinale per Esteri ed Affari europei per blindare l’ancoraggio a Bruxelles. I nomi che circolano sono quello di Massolo (che ruberebbe così la pole position a Giansanti) e Moavero Milanesi.

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Va da sé che il modo più semplice per uscire dall’empasse sarebbe il passo indietro ‘spontaneo’ di Savona. Ci spera l’opposizione, Pd e Forza Italia fanno il tifo per una soluzione che allontani il fantasma del voto anticipato, ma segnali finora non sono arrivati, malgrado le pressioni pesantissime sul professore che arrivano dall’Italia e dall’estero. A questo punto, è chiaro che nell’incontro con il capo dello Stato, Giuseppe Conte ce la metterà tutta per convincerlo della bontà della scelta di Savona facendosi anche lui garante della fedeltà all’euro: “Nessuno di noi vuole uscire dalla moneta unica, tantomeno il professore. Vogliamo solo avere una maggiore flessibilità di spera per trovare i soldi necessari per fare le nostre priorità, a cominciare dal reddito di cittadinanza e dalla flat tax”. Non sarà facile, perché lo scontro ha assunto una portata simbolica enorme. In gioco – con la credibilità presente e futura – le prerogative stesse dell’Istituzione, quelle stabilite nella Costituzione dove, all’articolo 92, c’è scritto che i ministri li nomina il presidente della Repubblica su proposta del premier. Dunque uno suggerisce, l’altro dà il via libera.

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Naturalmente, se in un modo o nell’altro si riuscirà a uscire dallo stallo, domani ci sarà il giuramento del governo giallo-verde, se invece ognuno resterà sulle sue posizioni, la partita è tutta da scrivere. Sulle spalle del premier incaricato, infatti, ricadrà una scelta decisiva, che potrebbe avere conseguenze pesanti a lungo termine. Delle due, l’una: o si assume lui la responsabilità del cambiamento del nome del ministro dell’Economia, tenendo in qualche modo il Colle al riparo degli strali dell’alleato leghista. Oppure – come gli chiede il Carroccio – punti il dito contro il capo dello Stato nelle cui mani rimette l’incarico, determinando così uno scontro istituzionale di dimensioni epiche. E gli attacchi arrivati al Quirinale da più parti in queste ore rivelano quale sarà il tono della prossima campagna elettorale se tutto salterà. Sia ben chiaro: in entrambi i casi, Mattarella dovrebbe ritirare fuori dal cassetto quel governo neutrale di cui si parlava un mese fa, dando l’incarico a una figura ‘terza’ ben sapendo che la maggioranza giallo-verde del Parlamento gli voterebbe contro.

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