Luigi Di Maio assediato dai media (Lapresse)
Luigi Di Maio assediato dai media (Lapresse)

Roma, 17 maggio 2018 - Un leghista al Viminale. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, un messaggio di Salvini su Facebook glieli ha tolti definitivamente. Il leader del Carroccio lo dice apertamente: gli Interni spettano a noi e sui migranti si segue la nostra linea per quanto riguarda rimpatri e respingimenti. Evita di snocciolare nomi, però l’identikit che ha in mente è il suo. «Fare il premier sarebbe l’onore più grande del mondo, ma se posso comunque fare qualcosa di utile andando al governo mi metto in gioco come sempre».

Governo, incontro Salvini-Di Maio: si tratta su premier grillino

Governo, l'ultima bozza del contratto. Salta l'uscita dall'euro

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Malgrado i dubbi che sono filtrati nei giorni scorsi, anche il Quirinale pare orientato a dare il via libera, ritenendo impossibile avanzare il veto per il segretario di uno dei due partiti di maggioranza. E d’altra parte, dalle parole del Matteo milanese, emerge con chiarezza che la poltrona di premier deve andare al Movimento 5 Stelle. Non a Di Maio, su cui pesa il no dell’alleato di centrodestra, Berlusconi. Ne è consapevole il grillino, che in apparenza fa un passo di lato: «Io mi auguro che si possa far parte del governo per mettersi alla prova in prima persona, ma se serve per farlo partire io e Salvini siamo pronti a stare fuori». Nel lungo confronto notturno con lo sparring partner leghista viene passata al setaccio una rosa di candidati 5Stelle: Toninelli, Fraccaro, Bonafede, Carelli. Nomi deboli, che sembrano lanciati apposta per essere bruciati in modo da arrivare a quello del capo politico grillino, considerato da molti la vera carta coperta. Tanto che appare poco più di un esercizio di stile le voci circolate nel pomeriggio secondo cui Di Maio potrebbe andare al Lavoro o gli Esteri, dove in realtà si punta ad un tecnico: il favorito è il diplomatico di lungo Giampiero Massolo, gradito anche al Colle. 

Il gioco di bilanciamenti di questa trattativa oramai molto avanzata, che oggi vivrà un nuovo e, pare, definitivo round tra i leader vede il capogruppo leghista alla Camera, Giorgetti, ballare fra il ministero dell’Economia e il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Salvini rivendica pure l’Agricoltura per un suo uomo e così la Giustizia, ma su questo dicastero i pentastellati non sembrano sentire ragioni. Dentro M5s si parla di Conte alla Pubblica amministrazione e Bonafede (sfumato l’incarico a Palazzo Chigi) in altra posizione di rilievo. 
Ancorché in via di definizione, la partita non è chiusa: il contratto deve essere cesellato. Viene comunque annunciata l’eliminazione dei punti più «controversi» come l’uscita dall’Euro, che avevano provocato l’impennata dello spread. 

FOCUS La bozza del contratto di governo in PDF - di E.M.COLOMBO

Come è ovvio, il Quirinale nega con decisione ogni intervento sulla bozza di accordo che gli hanno portato i due leader lunedì scorso, forse in un ingenuo tentativo di tastare il terreno per far passare posizioni non digeribili sull’Europa e sui conti pubblici. "Il Presidente non guarda bozze ma testi definiti, frutto della responsabilità dei partiti che concludono accordi di governo». Però appare altamente probabile che il combinato disposto tra una discretissima moral suasion di Mattarella e la reazione molto meno discreta dei mercati abbia imposto la retromarcia. 

Ciò non significa che tutti i problemi siano risolti o che non possano sorgere di nuovi visto che ancora manca il timbro finale. Perché il Quirinale – cui spetta l’okay finale per far partire il governo – si riserva di intervenire tanto sul campo programmatico quanto sulla squadra. Sarà lui a dire l’ultima parola sulle delicatissime caselle degli Esteri, Difesa ed Economia. Ragion per cui Giorgetti non ha ancora trovato una sistemazione definitiva. Il Capo dello Stato segue la sua stella polare: ridurre al minimo l’intervento ora per poter poi usare la sua influenza anche in modo pesante – ovviamente con lo stile diplomatico che gli è proprio – alla chiusura del negoziato. Se proprio fosse necessario.