Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (LaPresse)
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (LaPresse)

Roma, 23 aprile 2018 - Le domande ricorrenti. Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori e due forni? E’ il momento di fare ordine. Ecco un ‘Dizionario’ della crisi di governo.

ELEZIONI IN MOLISE, I RISULTATI

Calendario delle consultazioni. Il Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre cambiano i giorni sul calendario, ma non l’ordine di apparizione dei gruppi parlamentari consultati. Finora, le consultazioni sono iniziate il 3 e 4 aprile, il secondo giro di consultazioni si è tenuto il 12 e 13 aprile. Dopo il Capo dello Stato ha concesso due mandati esplorativi: il primo alla presidente del Senato, Casellati, il secondo al presidente della Camera Fico.

Consultazioni. Si tengono al Quirinale (vedi alla voce), presso lo studio della Vetrata, ogni volta che bisogna formare un governo. Quindi, si procede a consultazioni ogni volta che un governo cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, sempre, le consultazioni a ogni inizio di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, che è stata la I) è terminata e un’altra si è insediata. Il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario: il primo non può stare in piedi senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento (vedi alla voce ‘fiducia’). Quindi, ogni volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo in carica, che sia o meno dimissionario, si deve dimettere, ma resta in carica, anche se solo per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

Le consultazioni le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato, una prassi che non ha regole scritte. Infatti, l’art. 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Poche parole chiare, ma stringate. Delle consultazioni non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica si sono avvalsi di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. La prassi, che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Dopo aver ascoltato le “alte cariche istituzionali”, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo), in ordine ascendente, che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere (vedi alla voce “Legislatura”). I capigruppo possono essere accompagnati dal leader della loro forza politica.

Gruppi parlamentari. Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni. Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Def. In teoria entro il 10 aprile, il governo Gentiloni, che è dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la Ue ha concesso all’Italia due settimane di proroga a causa della crisi di governo. Il varo del Def arriva dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che votano un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega). Il Def va approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dalla commissione Ue entro la fine del mese di maggio.

“Disbrigo degli affari correnti”. Il Capo dello Stato prega sempre, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra o atti simili.

Incarico di governo. Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto alla fine delle consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

Pre-incarico. Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è una ‘quasi’ designazione a Presidente del Consiglio, designazione “debole”. Il pre-incarico è stato conferito, nell’arco dei 64 governi della storia repubblica, 11 volte e solo 5 volte si è trasformato in incarico pieno: De Gasperi (Dc) nel 1953, Segni (Dc) nel 1955, Moro (Dc) nel 1966, Rumor (Dc) nel 1970, D’Alema (Pds) nel 1998.

Incarico esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, quasi sempre quello del Senato, che è anche la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di mandato esplorativo riferisce al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi: se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce). Nella storia dei 64 governi repubblicani, il “mandato esplorativo” è stato conferito undici volte, ma in nessuno di questi casi l’esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

Incarico pieno. E’, ovviamente, la norma o dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce), effettua il suo giro di consultazioni e poi decide se sciogliere o meno la riserva e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per averne la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Costituzione). Se la ottiene, inizia a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce).

Incarico con Riserva. Il presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato dopo aver effettuato il suo giro di consultazioni. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula dell’accettazione dell’incarico di governo con “riserva” è stata violata in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere la fiducia. La seconda volta da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale alle elezioni Politiche, rifiutò la formula della “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri.

Governo “balneare”. La definizione deriva dal fatto che, in passato, alcuni governi duravano lo spazio di un’estate. Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni già scritta. Governi balneari furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70) sotto il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi). Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha dei sinonimi nelle espressioni governi ‘d’affari’ o nei governi ‘ponte’.

Governo “traghetto”. Erano considerati “traghetto” quei governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi traghetto.

Governo “di minoranza”. Sono stati governi, a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970).

Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica. Il Governo Ciampi (1993-’94), con ministri scelti su indicazione dei partiti, ne è il tipico esempio. Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico né va confuso col governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “del Presidente” (della Repubblica). In teoria, la definizione è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’. Ma “Governi del Presidente” lo furono di fatto, i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto dal presidente della Repubblica di allora, Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata e furono sotto la vigilanza del Capo dello Stato. Non va confuso con il governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma può essere il presidente della Corte costituzionale) il compito di formare un governo (che può definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare.

Governo di “larghe intese”. E’ un governo che vede partiti politici, politicamente culturalmente molto lontani tra di loro, partecipare, sulla base di un patto politico preciso, a un accordo di governo tra diversi. Il governo Letta (2013-2015), dotato di un’ampia base parlamentare, va considerato un “governo di larghe intese” o di “grosse koalition” (vedi alla voce) o un governo “del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta viene definito governo “di larghe intese”: il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaboravano al governo con la presenza di loro ministri.

Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale” o di “solidarietà nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti del cosiddetto “arco costituzionale” (comprendeva tutti i partiti che avevano preso parte alla guerra di Liberazione, quindi escluso l’Msi). Vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di unità nazionale lo fu il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, che dovette affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase seguente la Vittoria. Governi di unità nazionale lo furono di certo i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948).

“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni, poco appropriate ma di uso giornalistico, si intendono – in modo molto spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”.

Governo “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, Dc e Pci, partiti che mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme (il Pci era sempre rimasto fuori dal governo in base alla cosiddetta conventio ad excludendum). Il III governo Andreotti (1976-1978) fu, dunque, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore.

Governo di “solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978), doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si trasformò in un governo detto, appunto, di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, ma non il Pli, che andò all’opposizione, più il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la drammatica fase del rapimento delle Br di Moro. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri.

Governo di “raffreddamento” o “di tregua”. La definizione indica la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Ha un evidente e immediato sinonimo nel governo ‘di tregua’.

Governo “parlamentare” o “di programma”. Con queste formule si intende definire un governo caratterizzato dal fatto di non avere una precisa base parlamentare, ma che si prefigge di realizzare il proprio mandato giovandosi, a seconda delle circostanze, dell’appoggio di questo o di quel partito, e promuovendo in cambio di tale appoggio misure politiche.

Governo “tecnico”. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, oppure per la rottura interna a una maggioranza politica (dopo il governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini, o dopo entrambi i fatti scatenanti insieme come nella crisi finanziaria del 2011, quando nacque l’ultimo governo tecnico, quello Monti. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vide il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro. Nei governi tecnici, a volte chiamati governi ‘traghetto’ (vedi alla voce), i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc.), ma hanno natura, appunto, tecnica e non politica.

Formule politiche. I governi della Repubblica hanno conosciuto diverse formule politiche con cui i diversi partiti che appoggiavano un governo lo ‘coloravano’ in un modo o nell’altro. Ne indichiamo qui le principali. I governi di Cnl o di “unità nazionale” (vedi alla voce) sono stati principalmente governi di tutti i partiti di Cnl i (Dc, Psli, Pri, Pli, Psi, Pci, Pd’Az, Dl) o di ‘esapartito’, cioè appoggiati da sei partiti (spesso, infatti, il Pli o il PdAz non lo appoggiavano, a seconda delle circostanze). Un governo De Gasperi, nel 1947, il III, fu un governo ‘tripartito’, cioè appoggiato solo dai tre grandi partiti (Dc, Psi, Pci). I governi del primo (1948-1953) e del secondo (1958-1958) centrismo furono governi ‘quadripartito’, appoggiati da Dc, Psli, Pri, Pli, mentre il Psi, quando nacquero i governi di centrosinistra (1960-1968) passò dall’appoggio esterno (vedi alla voce) all’appoggio organico. Ma i governi di centro-sinistra ‘organico’ non venivano, all’epoca, definiti governi di ‘pentapartito’. Durante la fase del centrismo e del governo ‘della non sfiducia’ o delle ‘astensioni’ (vedi alla voce) furono in piedi governi ‘monocolore’, cioè sostenuti dalla sola Dc o governi ‘bicolore’, sostenuti da Dc e Pli. Negli anni Ottanta invalse l’uso di definire i governi sostenuti da cinque partiti di centro-sinistra (Dc, Psdi, Pli, Pri, Psi) governi ‘pentapartito’. Ovviamente, i governi tecnici (vedi alla voce) Ciampi, Dini, Monti, pur sostenuti da un ampio arco di forze parlamentari, non prevedevano forme politiche ‘colorate’.

“Forni” o politica “dei due forni”. La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, parla il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo indifferentemente o con la Lega o con il Pd, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica, ma non è, ovviamente, farina del sacco di Di Maio. Si tratta di un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali ed, eventualmente, l’Msi). Andreotti in un’intervista spiegò di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987, ma diversi storici fanno risalire il concetto alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60, quelli dell’avvento del centrosinistra. A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Nenni, a sinistra, e l’altro il Pli di Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti mise in pratica la sua formula formando il suo primo governo del 1972, dove tornarono al governo i liberali, assenti dal 1962. ù

“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di una maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo decisioni prese dal presidente del Consiglio. Il che comporta la facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no (opposizione). La polarizzazione, però, può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano l’appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo senza parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è l’appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, decidono di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso è l’appoggio esterno indiretto: comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La maggioranza per approvare una legge può variare a seconda del numero di presenti in Aula, generalmente di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando i senatori a vita), ma il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi che danno l’appoggio esterno indiretto facilitano il governo e l’approvazione delle leggi.

Legislatura (XVIII). La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza con l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ognuna delle due Camere che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere.

“Grosse Koalition”. La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco. La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi. Ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa. A questo si richiama l’M5S quando parla, per il governo italiana, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015), più comunemente definito, però, “governo di larghe intese” (vedi alla voce).

Patto (di legislatura). E’ l’intesa con la quale i partiti che formano un governo s’impegnano a sostenerlo per cinque anni, cioè per l’intera legislatura in corso. Viene, di solito, disatteso…

Partecipazione organica (al governo). Si produce quando un partito della maggioranza di governo ‘invia’ propri rappresentanti al governo in qualità di ministri e/o di sottosegretari che lo rappresentano pienamente al governo. Se la partecipazione al governo non è ‘organica’, da parte di una forza politica, vuol dire che il partito o gruppo politico in questione si limita a sostenere dall’esterno il governo (vedi alla voce “appoggio esterno”) oppure ad astenersi su di esso e sui suoi provvedimenti.

Rimpasto (di governo). Si verifica quando una (o più) forza politica della maggioranza di governo chiede di cambiare, in parte o in tutto, i ministri che ne fanno parte e ottiene che alcuni ministri si dimettano venendo sostituiti da altri della propria parte politica.

“Staffetta” (patto della). Fu chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e l’allora leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, sempre all’interno di governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra), ma il patto naufragò per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo all’interno di un accordo tra centrodestra e M5S.

Staff (del Quirinale). Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono questi: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e altri.

Stallo (o caos) istituzionale. E’ la situazione attuale. Un governo non c’è (ma è in carica il governo Gentiloni per “il disbrigo degli affari correnti”, vedi alla voce) e la crisi politica si prolunga.

“Terzo uomo”. Se ne parla in quanto una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti viene chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate) ma solo dopo che tutte le altre opzioni, quelle cosiddette politiche, vengono scartate.

“Verifica” (di governo). Si intende l’incontro tra i maggiori esponenti dei partiti che reggono un governo, incontro che si tiene periodicamente oppure dopo un evento politico di rilievo che cambia gli assetti politici del momento (per esempio le elezioni amministrative, comunali o regionali, le elezioni europee, etc.) allo scopo di ‘verificare’ (da cui il termine) se permangono o meno le condizioni affinché il governo possa continuare a operare.

Voto di fiducia. La nostra è una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento proprio grazie al voto di fiducia. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, e aprendo una nuova crisi di governo. In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della Repubblica: è quasi sempre stata la norma e, invece, la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione. Il contrario del voto di fiducia è, ovviamente, il ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto, cioè ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi i governi battuti in Parlamento con un voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano anche se non dopo un voto di sfiducia delle Camere.

ELEZIONI IN MOLISE, I RISULTATI