Non era mai successo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, il giorno dopo il voto che avrebbe dovuto risolvere la crisi, non è cambiato niente rispetto a quello dell’ordalia in Senato. Stessi problemi, stessi dubbi, stessi timori. Palazzo Chigi continua diffondere cifre super-ottimistiche sui senatori che "sicuramente" aderiranno al progetto – cinque Iv, tre FI, 2 Udc – garantendo maggioranza assoluta (167) e nuovo gruppo come chiesto da Mattarella. Ma quelli che hanno il pallottoliere in mano a Palazzo Madama dicono: "State dando i numeri". Non perché sia impossibile, ma perché per ora sono virtuali. Alla Camera il cantiere Centro democratico, che dovrebbe assicurare quell’area politica che consentirà di parlare di...

Non era mai successo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, il giorno dopo il voto che avrebbe dovuto risolvere la crisi, non è cambiato niente rispetto a quello dell’ordalia in Senato. Stessi problemi, stessi dubbi, stessi timori. Palazzo Chigi continua diffondere cifre super-ottimistiche sui senatori che "sicuramente" aderiranno al progetto – cinque Iv, tre FI, 2 Udc – garantendo maggioranza assoluta (167) e nuovo gruppo come chiesto da Mattarella. Ma quelli che hanno il pallottoliere in mano a Palazzo Madama dicono: "State dando i numeri". Non perché sia impossibile, ma perché per ora sono virtuali.

Alla Camera il cantiere Centro democratico, che dovrebbe assicurare quell’area politica che consentirà di parlare di allargamento della coalizione di governo, sembra procedere: "Siamo a quota 13, presto arriveremo a 20", scandisce il presidente di Cd, Bruno Tabacci.

Al Senato però la situazione è molto più magmatica e la tegola giudiziaria caduta in testa al leader Udc, Cesa, complica ulteriormente le cose. Sì, perché nella strategia contiana, il simbolo scudocrociato avrebbe dovuto essere la calamita capace di attrarre pezzi di FI e di Iv ma gli anatemi lanciati da Di Maio e Di Battista ("non si parla con chi è indagato per reati gravi") danno un brusco stop: troppo complicato, a livello di immagine, farla digerire ai Cinquestelle. E d’altra parte, per quanto affascinati dalle sirene della maggioranza, possono Binetti e Saccone (il terzo senatore centrista, De Poli, è saldamente ancorato al centrodestra) far spallucce rispetto al disprezzo ostentato dai Cinquestelle verso di loro? Strettamente legata, la situazione di Forza Italia: se l’Udc non si sfalda, per gli azzurri è più facile resistere. "Molto meglio rendere più bella la nostra casa comune, piuttosto che bussare dove sono già in overbooking", continua a ripetere ai suoi senatori la capogruppo azzurra, Anna Maria Bernini. Anche di questo hanno parlato nel consueto incontro mensile con Berlusconi in Francia, Gianni Letta e Ghedini, nella consapevolezza che – oltre la legge proporzionale – sullo sfondo resta anche la questione della nomina del prossimo capo dello Stato.

Il tempo stringe: il 27 gennaio nell’Aula di Palazzo Madama c’è da evitare il contro ribaltone che potrebbe concretizzarsi sulla relazione sullo stato della giustizia del ministro Alfonso Bonafede. Oltre alle dimissioni del Guardasigilli provocherebbe un terremoto da cui difficilmente il premier potrebbe uscire indenne.

Si lavora su due piani: la formazione come gruppo autonomo del Maie, facendo confluire alcuni senatori del gruppo Misto che martedì hanno votato la fiducia. Un’operazione a saldi numerici invariati, che però permetterebbe di avere la maggioranza nella conferenza dei capigruppo che si riunirà il 26 in modo da rendere possibile, ove servisse, uno slittamento del voto. Non basta: per sbloccare l’impasse e togliere un alibi a Renzi, di fronte agli scontenti nel suo partito, Conte ieri notte ha riunito il Consiglio dei ministri per togliere di mezzo uno dei grandi nodi della sua gestione, la cessione della delega ai Servizi, scegliendo una figura non sgradita ad Iv. Non stupisce se, di fronte all’operazione "volenterosi" che non decolla, il capo di Iv strizza per prima volta l’occhio al premier e alla maggioranza giallorossa: "Basta con le polemiche, noi siamo pronti al confronto nelle sedi istituzionali". Opzione che non dispiacerebbe ad una minoranza in M5s e Pd, ancorché Bettini ripeta: "O allargamento o voto". Insomma, la pallina ricomincia a girare vorticosamente: elezioni, riapertura a "Renzi, potrebbe spuntare fuori anche qualche altra ipotesi più vasta. Esattamente come il giorno prima del voto di fiducia.